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Alessandro Manzoni

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ALESSANDRO MANZONI

STUDIO BIOGRAFICO
DI
ANGELO DE GUBERNATIS.


Letture fatte alla _Taylorian Institution_ di Oxford nel maggio
dell'anno 1878

NOTEVOLMENTE AMPLIATE.



FIRENZE.

1879.




INDICE DEL VOLUME.
A FEDERICO MAX MULLER
Proemio del Libro
I. Prologo
II. La nobiltà del Manzoni
III. Il Manzoni a scuola
IV. Primi versi
V. Il Manzoni ed il Parini
VI. Il _Trionfo della Libertà_
VII. Il Manzoni Poeta satirico
VIII. Il Manzoni e Vincenzo Monti
IX. I primi amici
X. Carme autobiografico
XI. Il Manzoni a Parigi
XII. L'_Urania_.--L'Idillio manzoniano
XIII. La Conversione
XIV. Il Manzoni a Brusuglio.--Gl'_Inni Sacri_ e la _Morale cattolica_
XV. Il Manzoni Poeta drammatico
XVI. Il Manzoni unitario
XVII. Intermezzo lirico: Le strofe del _Marzo 1821_--Il _Cinque Maggio_
XVIII. I _Promossi Sposi_
XIX. Il Manzoni e la critica





A FEDERICO MAX MÜLLER

Professore nella Università di Oxford e Curatore della _Taylorian
Institution_


_Illustre Amico_,

_Nessuno meglio di Voi potrebbe dire in qual modo sia nato
inaspettatamente questo mio nuovo tenue volume. Chè, se mia fu la
scelta del tèma, Vostro fu il merito, posto che il libro non accresca
i miei torti verso le lettere, se mi venne fornita l'occasione di
scriverlo. E quale occasione! La più solenne che amor proprio di
autore potesse ambire. Nè contento di avermi coi vostri insigni
colleghi, i Curatori di codesta illustre _Tayloriana Istituzione_
intesa a promuovere fra gli Inglesi lo studio delle lingue e delle
letterature moderne, messo in condizione di ragionare per tre volte,
innanzi ad un pubblico veramente eletto, intorno al sommo fra i nostri
scrittori contemporanei, la vostra bontà e cortesia volle non pure
che, tra le agiatezze della vostra casa ospitale, io dimenticassi in
Inghilterra la mia condizione di straniero, ma ancora che, nelle
vostre domestiche contentezze, se pure visibilmente contristate da un
amaro ricordo, io vedessi, in alcune parte, l'immagine di quelle
vivissime che mi attendevano al mio ritorno in patria. A Voi, illustre
concittadino ed ammiratore di quel Goethe che diede al Manzoni nostro
il vero battesimo della gloria, a Voi avvezzo, dal cielo olimpico e
luminoso in cui spaziate, a contemplar le cime più ardue di
quell'_açvattha_ infinito, ch'è l'albero della scienza, non
increscerà, io spero, dopo avere, con la vostra costante benevolenza
accresciuto coraggio al vostro amico lettore, se io sono in qualche
modo riuscito a presentarvi del Manzoni un ritratto abbastanza fedele,
ritrovacelo nuovamente innanzi come figura degna di Voi; questo
ritratto, in ogni maniera, nel mio desiderio Vi appartiene, se non
altro come ricordo di quegli obblighi di sentita gratitudine, per i
quali sono lieto io medesimo di non esservi più interamente straniero.
Con questi sentimenti, gradite, illustre amico, il libro che Vi invio
con la fiducia, non vorrei dire solamente speranza, che ne durasse
lungamente in Voi la memoria, se non per alcun merito particolare del
biografo, almeno sicuramente per la nobiltà della vita intellettuale
che impresi a descrivere, dalla quale, fin che le nuove generazioni
deriveranno luce ed esempio, le lettere continueranno sempre a
sostenere il loro desiderabile e necessario ufficio d'instauratrici
amabili e generose di ogni civile sapienza._

Il vostro

ANGELO DE GUBERNATIS.




PROEMIO DEL LIBRO


Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo
fra i nostri moderni scrittori, fu letto in tre giorni consecutivi
dello scorso maggio in una sala della _Taylorian Institution_ di
Oxford, innanzi ad eletto uditorio che mi è venuto intorno, fino
all'ultimo, crescendo per numero e benevolenza. Dovendo ogni lettura
restringersi al breve giro di un'ora, dovetti pure, per non abusare
della pazienta de' miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti
del Discorso che io avea preparato per la importante & splendida
occasione, e che un'ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora
dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que' discorsi,
lieto d'offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori
dell'Istituto Oxoniano e a' miei proprii concittadini il frutto di
que' pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più
ammirato nell'età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il
carissimo fanciullo nel quale io ho riposto le mie migliori speranze.
Mi sia ora indulgente la critica, com'io sono sicuro che furono onesti
tutti gl'intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi
qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica,
che non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento
di me e più desideroso d'imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito,
idolatra d'alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della
grandezza dell'uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia
letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s'io
confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch'io lo
riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù. S'io dovessi qui
solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei
animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo
dell'universo che legge; ma quando un uomo s'inalza alla grandezza del
Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante
dell'arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è
specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo
modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il
diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento
virtuoso di conformare la propria vita a que' sentimenti medesimi, io
mi domando con piena sincerità: "Sono io degno di parlare di
Alessandro Manzoni?" Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di
esso; voglio anch'io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di
Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell'ingegno il
diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a
morirmi sopra le labbra, se io non sapessi ammirare il Manzoni
altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi
tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun
memorabile esempio. Ora io che ho sempre desiderato richiamare molta
gioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo
sicuramente ad esempio[1] non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se
prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i
principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra.
E, pur troppo, per quanto sia grande in me il desiderio, sento povere
le forze ed insufficienti all'uopo; e ripeto, pieno di confusione e di
sincerità, il _domine, non sum dignus_. Ma io prevedo, pur troppo, a
questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di
proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: "Abbiamo
capito, l'Autore ci promette un panegirico, invece d'uno studio
critico; invece d'un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora
si deve, in pezzi, avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo
sugli altari ed idealeggiato, per edificazione de' buoni." Chi ha di
tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare
come il Manzoni fu grande, com'egli è stato, e sarà forse ancora per
molto tempo, il massimo de' nostri scrittori; ma chi teme una tale
dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; che, in verità,
io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel
desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il
Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne' suoi
scritti e nelle memorie del nostro tempo; e, poichè ne verrà fuori,
come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora
quella di un grand'uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già
ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi
dell'esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di
cavarne come posso alcun profitto non solo per l'arte dello scrivere,
ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole
si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d'un
Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci
rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich'egli era mortale come noi e
soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch'esso umanamente
errato, sarà utile a noi l'apprendere in qual modo egli vincesse le
sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo
per vincere. "Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che
ci diano la biografia d'uno scrittore, con l'intendimento dichiarato
di offrirci un modello virtuoso. Dateci l'uomo come l'avete visto.
Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non
ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri
fervorini." Sento già correre in aria queste parole più di minaccia
che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d'ora,
che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto
poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche
momento, che il cuore mi batta un poco più rapido, e mi esca per
avventura una parola più calda, io non sacrificherà quel po' di fuoco
che m'accende ancora, ad alcun domma della nuova critica; poichè io
non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d'arte, principii,
i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d'ogni arte
grande, che è il sentimento.

[1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia óramai antica, ne recherò
qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino;
nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione di un
giornale letterario; io doveva esserne il direttore e proporne il
titolo. Posi innanzi il nome di _Alessandro Manzoni_. Ma, temendo
pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s'intitolasse
un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir
battagliero, gli scrissi, in nome de' miei compagni, per domandare
un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza
giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all'idea
che il suo nome potesse diventar simbolo di una battaglia di
giovani, e c'indirizzò la lettera seguente, finqui inedita,
l'autografo della quale trovasi ora nelle mani dell'egregio
Antonio Ghislanzoni a Lecco: "Pregiatissimi Signori, Non ho mai
avuto nell'animo un conflitto d'opposti sentimenti, come quello
d'una profonda riconoscenza e d'un vivo dispiacere che m'ha fatto
nascere la troppo cortese lettera, di cui m'hanno voluto onorare.
Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi da la certezza
che di que' sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta
così spontanea e per me preziosa benevolenza, Vi prego dunque, o
Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale mi
rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe una cagione di
vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù,
non aspira ad altro che alla quiete. L'indulgentissimo vostro
giudizio è già una gran ricompensa per de' lavori che non hanno
altro merito, che d'esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi
tengo sicuro che non me la vorrete cambiare in un castigo, e che
potrò goder subito in pace la speranza de' frutti che mi promette
il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta
la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e
mi rassegno

_Milano, 1 novembre 1859_.

Dev.mo obbl.mo ALESSANDRO MANZONI."

Ricevuta questa lettera stimammo debito nostro, per rispetto alla
volontà del Manzoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di
_Alessandro Manzoni_, e lo sostituimmo perciò un altro che, nel
nostro pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo giornale
s'intitolò per tanto: _La Letteratura civile_; ebbe, tuttavia, la
vita solita de' giornali compilati da studenti.




I.

Prologo.


Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo
del Manzoni, e tra i molti i più siano persuasi che sopra un tale
argomento, da essi chiamato giustamente _eterno_, non ci sia più nulla
di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro
moderno scrittore, innanzi ad un'eletta d'Inglesi, presso i quali da
Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti,
da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacere degli onorati
viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura
italiana in Inghilterra, le nostre lettere da un secolo in qua furono
sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non
solo più nobile, ma più _nuovo_ del Manzoni. Non sorridete, o Signori.
Io so bene che gli stranieri, i quali hanno fatto i loro primi, in
verità, non molto divertenti esercizii d'italiano sopra i _Promessi
Sposi_ e sopra le _Mie Prigioni_, riguardano come stranamente
idolatrico il nostro culto manzoniano. Lo so, e se credessi che la
loro opinione avesse buon fondamento, me ne turberei; poichè, in
verità, se il Manzoni fosse per noi un idolo, innanzi ad un idolo lo
vedrei solamente possibile una di queste due altitudini: adorare
tacendo con gli occhi chiusi, che non è il miglior modo per veder
bene; o passargli accanto sdegnosi, sprezzanti, correndo via, che non
è, di certo, un modo di veder meglio. Io ammiro grandemente il
Manzoni, ma non l'adoro, e però, quantunque pieno di riverenza a tanta
umana grandezza, oserò accostarmele e studiarla, anco perchè stimo che
giovi il vedere come un uomo non solo sia nato, ch'è merito di natura,
ma come abbia saputo egli stesso divenire e mantenersi grande. Ogni
vanto di priorità in lavori simili al presente mi parrebbe, o Signori,
intieramente oziosa e puerile; e però, prima d'accennare ad un fatto
singolare che mi riguarda, debbo dichiararvi candidamente che non solo
io non me ne faccio merito alcuno, ma che mi vergognerei se alcuno
attribuisse a me un merito ch'è stato del caso. Ora sono più di sei
anni, quando il Manzoni era pur sempre vivo, avendo io la debolezza di
credere che la letteratura abbia alcuna virtù educatrice, tentai, come
potei meglio, rinfrescare nella mente de' giovani il ricordo, e nel
cuore di essi la riconoscenza per gli scrittori italiani, i quali
avevano, a parer mio, più efficacemente cooperato non solo a mantenere
vivo il decoro delle nostre lettere, ma a farle operative di virtù
domestica e civile. Io m'era detto e persuaso che la loro modestia
avrebbe loro vietato di parlare prima di scendere nel sepolcro;
intanto i giovani che vengono su, poichè, ad uno ad uno, i nostri
buoni vecchi se ne vanno, poco o nulla ne potranno sapere, onde
mancheranno ad essi quei nobili esempi ed eccitamenti che in parte
servirono, in parte avrebbero dovuto servire a noi per animarci nel
sentimento del nostro dovere e per educarci alla virtù del sacrificio.
Era dunque, o almeno parevami, che fosse debito nostro servire
d'anello ideale fra la generazione che passa e quella che viene,
portare virilmente ai giovani la parola de' vecchi; e, non credendo di
potere far meglio, incominciai da Alessandro Manzoni. Ma quale non fu
il mio stupore, quando, messomi intorno a cercare se esistessero
biografie italiane del nostro primo scrittore vivente, in un secolo
pur così prodigo di biografie, dovetti, con molta confusione,
rinunciare alla speranza di trovarne alcuna e provarmi a tentar da me
solo con le notizie del Fauriel e del Loménie, con gli sparsi articoli
di critica letteraria, con le onorevoli disperse testimonianze degli
amici a ammiratori del Manzoni, e con una nuova lettura delle sue
opere, la prima biografia del grande Poeta milanese! La cosa parrebbe
incredibile, se non fosse vera. Morto il Manzoni, il 22 maggio
dell'anno 1873, in età di ottantotto anni, quel primo saggio
biografico ebbe naturalmente la buona fortuna di servire come
addentellato ad altri, che lo resero presto insufficiente; seguirono!
pertanto nuove spigolature e nuove biografie, tra le quali convien
ricordare quelle di Vittorio Bersezio, Giulio Carcano, B. Prina, F.
Galanti, Antonio Stoppani, A. Buccellati, Cario Magenta, Carlo
Romussi, Giovanni Sforza, Salvatore De Benedetti, Felice Venosta,
Nunzio Rocca, Antonio Vismara; Carlo Morbio e Cesare Cantù tutte
diversamente pregevoli per la nuova luce che recarono alla biografia
manzoniana. Ma è cosa singolare che non sia ancora comparso fin qui
alcun discorso critico un po' largo sopra tanta novità di materia
biografica. Non ci si è pensato, pur troppo; onde è ancora veramente
un caso per me felice, ma non lieto per l'Italia, che, dopo oltre sei
anni dal mio primo saggio biografico, io abbia ancora, senza alcun
merito e senz'alcuna pretesa, ad essere per ordine cronologico, il
primo che tenti una biografia ragionata di Alessandro Manzoni. Chè, se
io mi sono, ora volge il sest'anno, messo nell'impegno difficile di
lodare il Manzoni vivo, senza tradire la maestà di quel _santo vero_
che fu la sua prima e vorrebb'essere la mia religione, ognuno
intenderà facilmente come una parte delle indagini, le quali son
divenute possibili, sarebbero state sconvenienti, quando il grand'uomo
era vivo e potea provarne pena; ognuno si persuaderà dunque come un
nuovo studio biografico intrapreso in così diversa, e, per rispetto
alla critica, migliorata condizione, deve necessariamente riuscire
alquanto più ricco e più dimostrativo del primo. Queste dichiarazioni
scuseranno pure il tono alquanto dimesso del mio presente Discorso.
Non si tratta qui, invero, di giudicare dall'alto, che sarebbe sempre
una impertinenza, nè da lontano, che non si potrebbe senza molta
imprudenza, un Manzoni già ben cognito, o supposto tale, per farne,
con pochi vivaci tratti di penna, un nuovo e splendido ritratto
ideale. Il mio ufficio vuol essere, almeno per questa volta, assai più
modesto. Si tratta, cioè, semplicemente di ristudiare da capo il
nostro Poeta, di seguirne passo passo la vita, i pensieri, i
sentimenti, prendendo per guida principalissima i suoi proprii
scritti. Questo esercizio minuto richiede naturalmente un po' di
pazienza, tanto in chi lo intraprende, quanto in chi conviene ad
osservarlo; ma, s'io non erro, poichè avremo, voi ed io, fatto prova
insieme di questa necessaria virtù, ci troveremo finalmente innanzi,
quasi senz'accorgercene, vivo ed in piedi, un nuovo Manzoni, che nè
voi nè io ci eravamo, prima di ristudiarlo, immaginato fosse per
riescire così grande, per quanto lo ingrandisse già la nostra
ammirazione, nè così importante, per quanto fosse già molto viva la
nostra curiosità di conoscere tutto ciò che lo riguardava.




II.

La nobiltà del Manzoni.


In una delle sue lettere alla propria moglie, Massimo d'Azegiio le
narrava una visita fatta al paese originario di casa Manzoni: "Ci
hanno detto (egli scrive) che i vecchi della famiglia, ai tempi
feudali, avevano un certo cane grosso, che quando andava per il paese
i contadini erano obbligati a levargli il cappello, e dirgli:
_Reverissi, sur can _(La riverisco, signor cane)." Un proverbio della
Valsássina, ove i Manzoni una volta spadroneggiavano come signori del
luogo insieme con la famiglia de' Cuzzi, suona ancora così:

Cuzzi, Pioverna e Manzòn
Minga intenden de resòn.

Cioè, le famiglie Cuzzi e Manzoni ed il torrente Pioverna, quando
straripa, non intendono punto la ragione. Dalla Valsássina la famiglia
Manzoni passò ad abitare in quel di Lecco, dove il signor Pietro
Manzoni, padre del nostro Poeta, possedeva molte terre ed una bella
palazzina detta _Il Caleotto_, che nell'anno 1818 Alessandro Manzoni
fu costretto a vendere, insieme con gli altri beni per la mala
amministrazione di chi aveva tenuto, per oltre un decennio, la procura
ed il governo di quelle terre, una parte delle quali si trovava nel
Comune di Lecco, altre in Castello, altre in Acquate, il villaggio per
l'appunto de' _Promessi Sposi_. Come Renzo si trova obbligato a
lasciare il proprio villaggio ed a vendere la propria vigna per
recarsi ad abitare nel Bergamasco; così il nostro Poeta dovette, per
salvar la villa di Brusuglio, abbandonar luoghi che gli erano cari,
dove aveva passata una parte della sua infanzia, dov'era tornato a
villeggiare tra gli anni 1815 e 1818, onde non è meraviglia
l'intendere dallo Stoppani che in quegli anni, per l'appunto,
Alessandro Manzoni si trovasse pure a capo dell'amministrazione del
Comune di Lecco; meno ancora ci meraviglieremo, dopo di ciò, che la
scena de' _Promessi Sposi_ sia stata posta dall'Autore nel villaggio
di Acquate, nel territorio di Lecco, nei luoghi ove lo riportavano le
prime e le più care sue reminiscenze e dai quali egli s'era dovuto
staccare per sempre con un vivo dolore, tre anni e mezzo soltanto
innanzi ch'egli incominciasse a scrivere il proprio romanzo. I Manzoni
erano dunque nobili, ma nobili decaduti dai loro titoli di nobiltà e
dalla loro antica potenza. Avevano dominato una volta con la forza. La
fortuna d'Italia volle che col sangue del Manzoni, che la tradizione
ci rappresenta quali uomini violenti, si mescolasse un giorno un
sangue più gentile, e che, per gli ufficii dell'economista Pietro
Verri e, come vuolsi, del poeta Giuseppe Parini, l'illustre marchese
Cesare Beccaria sposasse un giorno la non ricca, ma bella, giovine ed
intelligente sua figlia Giulia al proprietario del _Caleotto_, a Don
Pietro Manzoni, uomo intorno alla cinquantina; e che da quelle nozze
fra una nobile fanciulla milanese ed un grosso signorotto di
provincia, il 7 marzo dell'anno 1785, nella città di Milano, nascesse
un figlio. Se mi si domandasse ora qual conto il nostro Poeta facesse
della sua origine nobilesca, mi troverei alquanto imbarazzato a
rispondere. Nel suo discorso, nel suo contegno, tutto pareva in lui
signorile; ma, nel tempo stesso, egli si adoprava a riuscir uomo
semplice ed alla mano.[1] Forse in gioventù aveano desiderato dargli
una educazione più aristocratica che la sua vera condizione di nobile
decaduto non comportasse; Don Pietro Manzoni, uomo alquanto materiale,
venuto dalla provincia a stabilirsi in Milano[2], dovea, fra i
nobili milanesi, trovarsi alquanto spostato e l'arguta intelligenza
del figlio potè sentire, per tempo, ciò che v'era di falso in quella
condizione della propria famiglia fra l'alto patriziato lombardo. Se è
vero che, nella educazione del giovane Ludovico, divenuto poi Fra
Cristoforo, il Manzoni abbia inteso, in qualche modo, rappresentare la
propria gioventù, convien dire ch'egli non avesse della propria
nobiltà gentilizia, per la stima che se ne faceva a Milano, una
opinione superlativa; ma, come discendente dagli antichi signori di
Barzio nella Valsássina, come antico proprietario del _Caleotto_ egli
dovea pure ricordare che i suoi padri erano stati una volta il terrore
delle terre da loro dominate e persuadersi che, se la sua nobiltà
contava poco a Milano, avea contato troppo dalle parti di Lecco.
Questa speciale contradizione nella stima ch'egli potea fare della
propria nobiltà, lo tirava ora a farsi piccino con Renzo, ora a
immaginarsi grande con l'Innominato, ora a collocarsi ragionevolmente
fra i due con la figura di Fra Cristoforo. Ma quali fossero i panni,
di cui gli piacesse vestirsi, o rivestirsi, egli doveva sentir sempre
l'altezza del proprio ingegno sovrano, la quale poi si dimostrava
altrui molto più nella modestia che ne' vanti volgari. Poichè uno de'
privilegi degli uomini grandi (un privilegio che talora può anche
divenire una loro debolezza) è quello di trovar compiacenza nel farsi
piccini. Crediamo, dice, con molto garbo, il conte Carlo Belgioioso,
che una squisita modestia convivesse coi Manzoni con una ben misurata
stima di sè. Egli riconobbe di certo i privilegi della propria
intelligenza, e ne ringraziò Dio; ma li scordò davanti agli uomini.
Della nobiltà del Manzoni altri si occuparono, non lui; quando il
signor Samuele Cattaneo di Primaluna[3] pensò fargli cosa grata,
inviandogli l'antico stemma de' Manzoni ch'egli avea ritrovato nella
casa di Barzio, il Poeta ringraziò tosto del pensiero amorevole, ma
non aggiunse altro. Gli pareva sul serio di offender qualcheduno,
quando avesse lasciato capire ch'egli sapesse o sentisse, e, peggio
ancora, si compiacesse d'appartenere ad una casta privilegiata. Ma
tanto fa, egli era un signore; e, quando s'accostava al popolo per
fargli del bene, mosso da un sentimento di umanità, di giustizia, di
carità cristiana e da una gentilezza squisita, quando, nella vendita
del _Caleotto_ e delle sue terre ereditate dal padre in quel di Lecco,
egli tirava un frego sopra i debiti de' suoi contadini e affittaioli e
li perdonava tutti, si mostrava generoso ed umile al modo di
quell'ottimo suo marchese erede di Don Rodrigo de' _Promessi Sposi_:
quel marchese, se vi ricordate, volendo far del bene a Renzo ed a
Lucia e riparare verso di essi i gravi torti del suo predecessore,
compra la vigna di Renzo pagandola il doppio del prezzo richiesto; poi
invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon
desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da
sè, ma non si mette addirittura a tavola coi villani. A questo punto
il Manzoni entra direttamente in iscena, ed osserva: "A nessuno verrà,
spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare
addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per
un originale, come si direbbe ora; vi ha detto ch'era umile, non già
che fosse un portento di umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per
mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in
pari." Questo brano mi pare abbastanza eloquente per sè, nè mi obbliga
ad aggiugnere altro intorno al modo con cui il Manzoni sentiva la
propria signoria,[4]

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