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Nana a Milano

C >> Cletto Arrighi >> Nana a Milano

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Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Charles Franks and the Distributed
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NANÀ A MILANO

PER

CLETTO ARRIGHI

______

EDIZIONE PRIMA
____


MILANO
1880





ENTRATURA


Gli svegliarini critici dei nostri giorni sono tanto scorbellati, che
se l'autore d'un libro non ha la precauzione di spiegarsi un poco, su
ciò che ha inteso di dire e di fare, va a rischio di sentirsene a dir
delle belle.

Per prima questione s'affaccia quella della scuola o del genere. Che
ormai le panzane romantiche "fra il didascalico e il rompiscatole" a
situazioni in sospeso, a caratteri tirati a pomice, e a personaggi
tirati pe' capegli siano andate giù di moda e non piacciano più
neppure ai ragazzi non ci sarà forse a negarlo altro barbassoro,
fuorchè un professore famoso per un certo suo _grido_.

Dunque, se voi signori, che state per leggere siete di quelli che nei
racconti dei fatti contemporanei amano i _babau_ della sospensione
romantica e si compiacciono di non tirare il fiato se non dopo
d'essersi bene assicurati che il fratello del figlio, del nipote,
della cognata, del protagonista è appunto il padre dello zio, del
genero del cugino, dell'eroina, e vogliono che l'intreccio incominci,
si complichi e si sciolga col finale trionfo di tutte quante le virtù
e col suo bravo castigo di tutte quante le colpe, se voi, dico, avete
di queste fisime felice notte.

Oggidì, mi duole il dirlo, tutto va a rovescio di quella conclusione,
giacchè le virtù che trionfano e le colpe che si castigano sono cose
lasciate tutte all'altro mondo.

Dunque _realismo_!

E realismo vuol dire verità, vuol dire ricerca di ciò che veramente
succede, sia pur doloroso e brutto; vivisezione, fisiologia
palpitante, studia della vita quale essa si mostra, senza rispetti
umani e senza reticenze.

Chi scrive _Nanà a Milano_ ormai non ammette in arte che il realismo;
giacchè egli segue il suo tempo e nelle cose dell'oggi vede appunto la
inesorabile verità, che fattasi iconoclasta, abbatte dovunque le
imagini della finzione romantica: il cattolicismo è distrutto dal
libero pensiero, la bibbia è annientata dalla scienza, la filosofia è
sconfitta del positivismo, la pittura dalla fotografia, la scultura
dalla galvanoplastica, la musica dall'aritmetica. Vedete persino sul
palcoscenico le illusioni che bastavano ai nonni come cedono il posto
ai simulacri della realtà: ai gabinetti e ai salotti dipinti a
prospettive ed a scorci si sostituirono dei gabinetti e dei salotti
reali, per mezzo delle scene parapettate; alle cascate d'acqua fatte,
una volta, di tela d'argento girante sul ròtolo, si sostituisce
l'acqua vera, cadente dall'alto e spruzzante le gambe delle
ballerine... che magari non sono _reali_ del tutto!

Se non che è noto che ci sono due modi molto diversi di fare del
realismo: c'è il realismo decente e c'è l'indecente. C'è il realismo
decente nella forma, indecente nella sostanza, e c'è il realismo
decente tanto nell'una che nell'altra. Tutta quanta la morale
femminile della nostra società frolla e senza convinzioni molto fisse,
risiede ormai nella decenza. In questa parola sta appunto anche
l'avvenire della nuova scuola naturalista, tanto osteggiata da chi non
l'ha ancora capita, e tanto compromessa da chi nella forma non ha
saputo trovare il giusto mezzo fra la verità nuda e cruda e la
desiderata decenza.

Le trivialità, le bassezze, le turpitudini, le laidezze e le miserie
umane--le quali in passato furono lasciate indietro da tutti i
romantici, come cose da non svelarsi--devono essere portate in
pubblico, chiarite, discusse, sviscerate una buona volta, perchè
servano di leva al rimedio di ammaestramento, agli ingenui, di castigo
e di flagello ai viziosi.

Tutto sta dunque a saperle svelare con decenza.

Emilio Zola, che è pur sempre decente _nella forma_, ci presentò in
Nanà una donna che _nella sostanza_ non lo poteva essere del certo.
Puttana sbracata, rotta ad ogni turpitudine, in un ambiente di cinismo
e di depravazione, per conservarsi vera, e reale doveva riuscire per
forza molto indecente.

Ora se, partita da Parigi e capitata per caso a Milano sullo scorcio
del 1869, la Nanà di Zola si fosse conservata tale e quale ce l'ha
presentata il romanziere francese, io dal canto mio non avrei fatta
certamente la fatica di ricominciarne la storia da lui lasciata a quel
punto in sospeso.

Non l'avrei fatto, ancorchè avessi potuto pensare che per quanto essa
fosse rimasta la stessa sgualdrina, pure le differenze di ambiente, di
influssi, di contorni di conoscenze dovevano dar luogo ad altrettante
differenze di linee, di tinte, di chiaroscuri e di avvenimenti.

Ma Nanà giunta a Milano non era più nè poteva essere più la stessa
donna ch'ella era a Parigi. Io l'ho conosciuta nei pochi mesi che
stette nella mia città, l'ho studiata e ho trovato che il mutamento
avvenuto in lei era cosa degnissima di studio attento e profondo, e
che il mondo milanese, che s'aggirava intorno a lei sarebbe stato un
vero peccato mortale se lo si fosse trascurato e non si fosse pensato
da alcuno a portarlo innanzi ai lettori fotografato e caldo in una
fisiologia di costumi contemporanei.

Quella _cocotte_ francese, sfinge non egiziana metteva tanta
suddizione e pur tanta concupiscenza nel cuore di certi nostri giovani
i quali colle dame e colle crestaie concittadine si mostravano
audacissimi, e ha dato una tinta così speciale ai fatti; della vita
milanese e ai caratteri delle persone colle quali ebbe a che fare, nei
pochi mesi di sua residenza, che bisognerebbe essere proprio un
balordo per non cavarne un libro interessante.

In quanto a lei, chi avrebbe detto che nel nuovo ambiente milanese,
dovesse apparire assai diversa da quello che ce l'ha descritta e
tramandata lo Zola!

Nessuna donna forse ebbe più di Nanà le doti che si attribuiscono al
camaleonte; nessuna più di lei sapeva trasmutarsi da un giorno
all'altro, e da abbietta cortigiana diventar magari una signora
rispettata e superba.

Ed ecco perchè a me è venuto il grillo di ripigliar da Zola istesso
questa donna stranissima, che riuscì a miei occhi un tipo unico di
figlia di Eva del nostro tempo, un problema di isterismo a freddo, una
personificazione dello spirito scacciapensieri, una sintesi di
puttanesimo rapace, un'epopea: di calcolato disinteresse, un campo
aperto di capricci, di estri, di fantasie, di voglie, di brame, di
vanità, di ambizioni, di vaneggiamenti, di simpatie, di antipatie, di
libidini, di freddezze, di affetti, di passioni in continua
contraddizione con sè stessi; anzi in continua ribellione fra loro, un
tipo di avarizia, un mostro di prodigalità, un ecatombe di
_toilettes_, un entusiasta del risparmiare, un apoteosi di
poltroneria, un prodigio di attività, un iperbole di egoismo, un
miracolo di buon cuore, una iena pazza di ferocia, un'incapace di
veder soffrire una formica, una capace di ripetere con Brillat Savarin
che in una tal salsa avrebbe mangiato volentieri suo padre!

Un ultimo avvertimento, perchè io bramo sopratutto di essere sincero.

Qualche lettore, in questo mio nuovo studio della vita milanese
contemporanea, troverà delle scene che non gli giungeranno
sconosciute. Un episodio infatti di _Nanà a Milano_ mi servì già a
scrivere una commedia che ebbe lieto successo sul teatro milanese.
Alcuni altri frammenti io pubblicai prima d'ora, in qualche giornale
italiano e non riusciranno nuovissimi a chi per caso li avesse già
letti in que' periodici. Io non saprei dir a questi signori se non che
oggi li ritroveranno, se non foss'altro, sotto la loro vera luce e al
loro posto preciso.

Chi poi credesse di trovare in questo libro, un dramma giudiziario
_con simulazione di parto_, che levò rumore grandissimo in questi
giorni, si pulisca la bocca.

CLETTO ARRIGHI.

Milano, 20 giugno 1880.




I.


Nell'ottobre del 1866, moriva in Milano di pneumonite il vedovo conte
Guglielmo O'Stiary dopo una fiera malattia di cinque giorni. Lasciava
un milione al suo unico figlio Enrico, di passa vent'anni, col patto
espresso nel testamento, ch'egli non potesse andar in possesso
assoluto e dispotico della sostanza se non compiuti i ventiquattro,
come portava la legge cho vigeva al tempo degli Austriaci.

In caso che l'erede avesse voluto fare opposizione al testamento il
severo babbo lo privava di tutto, e sostituiva nella eredità: _il
Sacro Cuore di Gesù_.

I titoli per diseredare suo figlio Enrico, secondo lui, non mancavano.
Egli era fuggito dal collegio dei Barnabiti, adolescente ancora, per
correre a combattere gli Austriaci con Garibaldi. Egli si mostrava
irreligioso e liberale. Egli sarebbe riuscito, senza alcun dubbio,
prodigo e dissoluto.

Il conte Guglielmo O'Stiary discendeva da una famiglia irlandese molto
cattolica, stabilitasi a Milano nel secolo decimosesto.

Enrico O'Stiary ricevette la notizia della malattia mortale del babbo,
quando questi era già spirato. La campagna contro gli Austriaci era
finita. Chiese ed ottenne il congedo e partì, sperando di rivedere
ancor vivo l'autore de' suoi giorni, che egli amava in cuor suo di
grande e profondo affetto, malgrado la di lui severità piuttosto unica
che rara. Quando giunse a Milano trovò che suo padre era già stato
seppellito da una settimana.

E intanto l'esecutore testamentario, don Ignazio Martelli, di lui zio
materno, aveva già pensato in fretta ed in furia a praticare certe
operazioni e certe riduzioni nell'appartamento, nella cucina e nella
scuderia, dalle quali si riprometteva di aumentare il reddito del
pupillo di una mezza dozzina di mille lire all'anno. Il conte padre,
anche dopo la morte della contessa sua moglie, e la partenza di Enrico
per il collegio, non aveva mutati d'un pelo l'ordine e l'ampiezza
dell'aristocratica magione. Ma ora? Che cosa avrebbe dovuto farne
l'Enrico di sedici stanze? "Troppa grazia a sant'Antonio!", Fece
dunque appiccar all'imposta del portone il suo bravo cartello col _da
affittarsi al presente_, e dopo sei ore ebbe, il piacere di vedere,
come disse lui, _bruciato via_ l'appartamento e invaso da stranieri.

La creatura, che si dava maggiore affanno in palazzo, era la
guardarobiera: una vecchia che chiamavano _la balia_, che aveva
allattato il conte Guglielmo e portato in braccio il contino. Oh il
suo non era certo _l'affacendato ozio_ dei _Ritratti Umani!_ Con che
amore la buona donna mise in ordine il quartierino, che il tutore
spilorcio aveva lasciato al di lei caro Enrico! Con che cura gli
preparò la biancheria e fece rimetterle cortine alle finestre e gli
fornì dell'occorrente la teletta, e dispose qua e là nelle camere dei
fiori appena colti.

--Le pare, marchese, ch'egli sia alloggiato come un principino?--disse
la signora Eugenia Martelli al marchese d'Arco, uscendo insieme dalle
stanze destinate al giovine ereditiero.--Per dire la verità queste
sono le camere migliori del vecchio appartamento. Che ne dici tu
Elisa?

La Elisa, una fanciulla di poco più che quindici anni, una rosa thea
appena sbucciata, una bellezzina molto _distinta_, con occhioni e
denti da sbalordire, rispose con una piccola smorfia, un _umh!_ che
voleva come dire "per l'Enrico ci sarebbe voluto ben di più!"

--Io sono certo però,--disse il marchese d'Arco,--che l'Enrico avrà
gran dispiacere di vedere affittate così subito e a della gente
ignota, le camere dove tien raccolte le memorie della sua infanzia....

--Se sapesse quante volte ho detto anch'io questa cosa a mio marito!
Non è vero Elisa?

--Sì, certo; ma il babbo non vedeva che la necessità di cavare di più
dal palazzo.

--La casa de' suoi maggiori,--riprese con grande nobiltà il marchese
d'Arco--va tenuta da conto e il lasciarla invadere dal primo che
capita è un mancarle di riguardo.

--Che vuole marchese? Lei sa bene che mio marito non le ha mai capite
certe delicatezze.

--Come!--domandò questa volta ingenuamente l'Elisa.--Il babbo non ha
mai capite le delicatezze?

--Zitta Elisa--disse la madre stringendo, nel suo il braccio di sua
figlia. Poi di nuovo al marchese:

--Del resto l'Enrico sarà, come si dice, in famiglia. Tra il suo
quartierino il nostro non c'è di mezzo che l'anticamera e questa sala
in comune.

--E noi per far tutto questo tramestìo,--disse la Elisa mostrando un
gran dispiacere nella voce--abbiam dovuto cambiare alloggio anche noi
e andare verso il giardino.

--Povera ragazza, guarda mò,--fece ridendo il marchese d'Arco--dover
cambiare alloggio!

--E non abbiamo tenuta neppur una straccia di finestra verso strada.

--Ah capisco ora! Neppur una straccia di finestra verso strada!

--Stare sul Corso e non poter andare al balcone, la mi concederà
marchese che è una condanna.... Io non ho che il giardino da vedere.

--Ma il giardino ha anch'esso i suoi meriti! replicò il marchese
sorridendo.--Questa primavera vedrai a sbucciar i fiori, a spuntar
l'erba, a fiorire i tulipani.

--È vero,--sclamò la Elisa,--ma a me sarebbe piaciuto di più il poter
vedere fiorir le rose in giardino....

--E spuntar i tulipani sul Corso?--domandò ridendo il marchese.

E, quasi per farsi perdonare la facezia un po' ardita, soggiunse
subito:

--Basta! Non vedo l'ora di abbracciarlo quel caro ragazzo!

--Oh marchese!--sclamò la fanciulla.--Ora non è più tanto un ragazzo.
Ha quasi ventun anni ora. Cinque più di me.

--È vero! Sono tre anni ormai ch'io non lo vedo più.

--E che ne dice marchese di quel barocco d'un testamento di suo
padre?--domandò la signora Martelli.

--Che vuole mai che le dica, cara signora? Quel povero conte Guglielmo
era fatto così. Una testa debole, che non calcolava mai gli effetti
delle sue azioni; pur di assecondare i moti dell'animo dispotico e
pieno di ghiribizzi egli non badava a nulla.

--Ah, lei lo deve sapere, che fu tanto amico della povera contessa!

Il marchese mise un sospiro, e quasi per stornar l'attenzione da
quella frase, ripigliò:

--A che ora crede lei che potrà arrivare l'Enrico?

--Io dico che sta per arrivare fra mezz'ora--sclamò la fanciulla.--Lo
sento quì!--E posò la destra sul cuore.

--Ma zitto Elisa!

--La lasci dire. È così bella l'ingenuità a quindici anni.

--E quattro mesi!--sclamò la Elisa.

--Oh, ma non la creda poi tanto ingenua, sa?--fece ridendo la
madre.--È un capetto, mah!

--Senti Elisa? Tua madre dice che sei un capetto.... mah!

--Miracolo che questa volta non abbia aggiunto anche l'ameno!

Il marchese rideva.

--Dunque io ripasserò stasera,--soggiunse egli--e se l'Enrico
arrivasse prima, gli dica di venir subito da me a farsi vedere. _Sans
adieux_. E tu Elisa ricordati di voler un po' di bene anche a questo
povero vecchio che te ne vuol tanto!

--Oh, anch'io, anch'io, caro marchese,--rispose con espansione sincera
la fanciulla.

--Ora andiamo a vestirci subito,--disse la madre quando il d'Arco fu
uscito,--che non abbiamo tempo da perdere se non vogliamo salare la
messa.

* * * * *

La Elisa era un capetto davvero.

Un tipo di fanciulla più simpatica, più piccante, più piacente di lei
non lo si potrebbe imaginare facilmente.

Dove diamine la signora Eugenia ed il notaio Martelli fossero andati a
pescar tanto spirito, per dare vita a quella loro creatura, è un
mistero! La signora Eugenia era infatti una eccellente madre, una
buonissima donnetta, una moglie irriprovevole, ma sgraziatamente
peccava assai nel fisico; quanto al padre era sgraziato nel fisico e
nel morale.

La Elisa appariva come la perfetta antitesi de' suoi genitori. Sua
madre era piuttosto piccola e tozza, Elisa era slanciata e svelta come
un giunco odorato. Sua madre era scarsa d'ingegno; sua figlia un
genietto. Suo padre era taccagno e di idee ristrette; la Elisa era una
socialista spiegata senza sapere di esserlo. Forse di lei s'avrebbe
potuto dire, come della maggior parte dei figli unici, ch'era un
_enfant gatè_. La mamma, le aveva sempre voluto troppo bene, le aveva
fatte buone le innumerevoli fantasie, l'aveva sempre accontentata in
ogni capriccio e baciucchiata troppo. Ma le madri che amano assai non
ci sentono da questo orecchio. Quanto non si è detto contro il
soverchio amore di certe madri? Ai fanciulli esse parlano
incessantemente e quasi esclusivamente del bel musino, del bel
vestitino, delle belle scarpette, e li baciano tutto il santo giorno
con tali frenesie di tenerezza, che spesso i bimbi ne scoppiano in
pianto. Cari e santi baci quei delle madri! Ma non pensano desse che,
a lungo andare, anche quei baci riescono fatali, giacchè stimolando
senza posa nei bimbi la delicata innervazione, sviluppano in essi una,
per quanto inavvertita, troppo precoce sensualità. Amorevole, ma
fatale stupro materno, che già rende colpevole l'adolescenza prima che
essa abbia cessato di esser innocente!

Le madri romane si guardavano bene dall'insegnare la voluttà del bacio
alle loro figliuoline. E quando alcuno lodava la bellezza d'una loro
figlia in faccia a lei stessa, quelle madri nobilissime usavano di
metter la punta del dito medio sulla lingua e di toccar con quella la
guancia dell'adulata quasi a purgarla col materno amore da un
maleficio straniero.

La Elisa aveva tra le altre cose una voce che agiva voluttuosamente
sulla corda sensibile dell'udito. Nessuno ha mai ascoltato le arpe
eolie, ma chi ha sentita la voce di Elisa Martelli, giura che non la
cambierebbe con quella di un'arpa eolia.

E il sorriso?

S'ha un bel dire, ma dinanzi al realismo della bellezza e della
gioventù restano eterne e immutabili anche le ispirazioni romantiche,
alle quali fummo allevati. Elisa quando rideva, rideva tutta, come
disse il Dossi, e s'avrebbe detto che facesse una luce maggiore
intorno a sè, giacchè, il di lei sorriso alleandosi al nitor dei denti
e lampeggiando nelle pozzette delle guancie e raggiando fuori collo
splendor degli occhi pareva davvero la circondasse di una gioiosa
aureola, che è luce appunto e delle più lucenti!

Queste doti, già s'intende, preziose per tutti erano difetti per
quella lesina di suo padre. Egli avrebbe amato tanto una figlia
belloccia sì... non dico! ma che avesse avuto il suo quietismo nel
sangue, che andasse in cucina a sorvegliar la cuoca, che facesse tutti
i rimendi alla biancheria e rivedesse i libretti della spesa. Ma non
c'era verso, e la mamma su questo la difendeva a spada tratta e
qualche volta la si permetteva di ricordare al marito una certa loro
speranza, sorta si può dire il giorno stesso della nascita della
bambina e nutrita religiosamente in famiglia:

--Pensa poi che la Elisa deve essere contessa e milionaria!

Era la frase sacramentale, che metteva ogni pace e ogni buon umore in
quella casa.

* * * * *

Il contino arrivò, come aveva presentito la Elisa, mezz'ora dopo,
mentre le donne erano a messa.

Montò quattro a quattro i gradini dello scalone, che non aveva
riveduto da circa tre anni e tirò il campanello all'uscio di casa sua.

Il servitore che venne ad aprirgli non lo conosceva punto.

--Chi cerca di grazia il signore?

--Il notaio Martelli è in casa?--domandò Enrico con un mesto sorriso.

--No signore,--rispose l'altro,--il signor cavaliere Martelli è
uscito.

Enrico si fece conoscere. Entrò, andò difilato alla camera dove era
morto suo padre, e vi si rinchiuse. Poi mezz'ora dopo cogli occhi
rossi di pianto, si fece portar nascosto in una carrozza al cimitero
per visitare il luogo dov'era stato sepolto.

Di ritorno a casa Enrico trovò il notaio Martelli suo tutore, che lo
aspettava per abbracciarlo.

Prima che questi tornasse a casa dal cimitero, il notaio avendo udito
dal portiere, come il contino fosse arrivato, era salito frettoloso le
scale, ed entrato in anticamera:

--Dov'è dov'è questo ragazzo?--aveva sclamato, non pensando che il
ragazzo s'era fatto ormai un uomo di quasi ventun'anni.

--È andato al cimitero--gli rispose il servitore.

--Ah, povero figliuolo!... È vero! Bravo, bravo!

Così dicendo, attraversò l'anticamera ed entrò in uno studio attiguo,
dove era solito stare qualche ora del giorno a sbrigare le faccende
della tutela.

--Dì un po'--ruppe a dir egli quando fu seduto allo scrittoio rivolto
al Leopoldo--sei stato dal Saulino?

--Sì, signor cavaliere.

--Cosa ti disse?

--Che verrà qui lui dopo pranzo.

--E dal Sala?

--Anche.

--E quello che cosa ti rispose?

--Mi disse che ora non ha voglia di comperare carrozze usate. Ma
stamattina è stato qui un signore a vederle in rimessa e ha fatto
un'offerta.

--Quanto?

--Mille lire.

--Non c'è male. Si può cederle a questo prezzo, mi pare.

--La scusi signor cavaliere se metto il naso anch'io in questa
materia. È solo per avvertirla che lo _steage_ è quasi nuovo, perchè
l'ha fatto fare l'anno scorso il signor conte e l'ha adoperato non più
di otto volte in tutto l'anno.

--Ebbene?

--Ebbene dico che si potrebbe tenerlo, ora che è arrivato il signor
contino. È un legno del buon genere.

--Che cosa? Buon genere? Bagattelle! Quest'è una parola inventata
adesso. A' miei tempi non si parlava punto del buon genere.

"Sicuro. Quando regnava Carlo V" pensò tra sè il Leopoldo.

--Io di carrozza non me ne intendo una maledetta--continuò il
notaio--ma se questo _steage_ è quel demonio di un carrozzone coi
sedili fin sull'imperiale come una diligenza....

--Sì, sì, proprio quello!

--Allora ti dico addirittura di mettere da parte il pensiero, perchè a
trascinare quella macchina non ci vorranno meno di due cavalli....

--Come due! La dica pur quattro.

--Figuratevi! No, no, no, vendiamolo subito.

--Lei signor cavaliere vorrebbe forse che il signor contino tenesse
meno di quattro cavalli in scuderia?

--Ma che quattro, ma che tre, ma che due!--sclamò il notaio
vivamente.--Adesso so che è di gran moda un legnettino leggero da un
cavallo solo. Tanto più per un giovinetto della sua età. Bagattelle,
anche troppo!

--La mi scusi don Ignazio--disse il palafreniere con voce
insinuante--ma anche volendo tenere un cavallo solo da tiro ce ne
vorrà sempre almeno uno di cambio e uno da sella.

--Ma che cambio, ma che sella!--sclamò il notaio inviperito.--Il
cambio è perfettamente inutile, perchè se quell'altro fa il suo
servizio bene, il cambio resterebbe in stalla a mangiar fieno e biada
a tradimento. E quanto a quello da sella si può _scusare_ con un
cavallo a doppio uso.

"Bazzica!" pensò il Leopoldo. "Come il curato di Cilavegna!"

E non disse più nulla, giacchè cominciò a mulinare come qualmente per
rubare la biada ad un cavallo solo non gli sarebbe più convenuto di
star in quella casa,

--Dunque?--domandò il notaio.

--Ma ecco, se il signor cavaliere mi permette di parlare.

--Te lo permetto.

--Le faccio presente che se il cavallo a doppio uso si ammalasse....

--Oh, allora poi, bagattelle, si va un po' anche a piedi... _pedibus
calcantibus_.

"Ah sicuro!" pensava fra sè quello scorbellato di Leopoldo, "un bel
paio di scarpe nuove e avanti."

--Io sono bene andato a piedi tutta la mia vita!--riprese il notaio.

"E sì, che è un cavaliere!" pensava l'altro.

--Se poi il mio signor pupillo non volesse proprio degnarsi di andar a
piedi ci sono sempre dei buoni omnibus a dieci centesimi.

"Ma sì, guarda me! Non ci pensavo. Ci sono questi omnibus?
Adoperiamoli."

--Qualche volta ci vado anch'io in omnibus; non però quando non ho
fretta, perchè allora arrivo prima colle mie gambe.

--Lei è il padrone!--conchiuse Leopoldo.--Faccia lei.

--Sicuro che debbo far io--sclamò il notaio.--Anzi, ti avviso di non
mettergli in testa all'Enrico delle fisime inutili. L'economia è la
madre di tutte le virtù, e quando un solo cavallo può far il servizio
di tre, non saprei come possa venir in testa ad un cristiano di
tenerne tre invece di un solo. Questi cavalli a doppio uso ci sono o
non ci sono? Saranno ben stati inventati per qualche cosa, io credo?
Adesso chiama la balia, che mi deve dar la nota della spesa della
guardaroba.

* * * * *

Chi era la balia?

Poco prima che il notaio arrivasse a casa, una vecchia sbacando fuori
da una scaletta interna, che metteva nelle cucine del palazzo, aveva
sclamato tutta intenerita:

--Oh, ch'io lo veda questo mio signor contino, ch'io lo stringa ancora
una volta al seno prima di morire.

Il palafreniere, che aveva condotto il padroncino nella camera del
conte padre, pose l'indice attraverso le labbra e additando alla balia
la stanza dove era entrato Enrico, aveva risposto:

--È là dentro e non vuol essere disturbato. Piange.

--Povero ragazzo!--sclamò la balia con amore.--Starò qui ad
aspettarlo.

Così detto si adagiò, trasse di tasca la corona e cominciò a
biascicare orazioni.

Ma il palafreniere non le lasciò il tempo di finire il _panem nostrum
quotidianum_, che le domandò:

--Voi balia che dovete esser vecchia di casa....

--Altro che vecchia di casa!--interruppe questa.--Io sono nata nel
castello dei conti O'Stiary, ed erano già sessantanove anni che ci
stavo prima di venir giù a Milano. Io ho allattato il povero conte
Guglielmo che è morto or ora; e sono stata la balia secca del contino
Enrico.

--Tanto meglio! Io volevo domandarvi conto di questo signor marchese,
che è venuto un'ora fa a a vedere se il contino era arrivato.

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