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Poesie e novelle in versi

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Milano, giugno 1875.




A FULVIO FULGONIO

O modesto filosofo,
Che giunto a quarant'anni,
Fra l'incessante turbine
Di miserie e d'affanni,
Vivi solingo e povero,
E nel tuo cor securo
_Sotto l'usbergo del sentirti puro_,

Di' qual è dunque il tramite
Che al sepolcro conduce
E cui conforta il raggio
D'inestinguibil luce?
Dimmi, come si vincono
Queste umane tempeste,
Che fan le genti o torve, o tristi, o meste?

Verso la tomba scendere
Io ti contemplo, o amico,
Come l'ombra di Socrate,
Il grande savio antico;
Tu pure d'ogni infamia,
Con bocca altera e muta,
Bevesti in questo mondo la cicuta!

Deh!... Se una pia memoria
E un fervido entusiasmo,
Possono ancora emergere
Dall'umano mïasmo,
Lascia ch'io possa volgerti
Quell'arcana parola
Che sa dire chi soffre e che consola.

Sorridi ancora!... Passano
I secoli e le genti,
E le plebi, al barbaglio
Degli empi pläudenti,
Tu non merchi gli applausi,
Ma sul tuo franco viso
Ami serbar l'impavido sorriso,

O modesto filosofo,
Spesse volte affamato,
Io mi faccio una gloria
Di camminarti allato!
O dolce amico, insegnami
A vivere securo
_Sotto l'usbergo del sentirmi puro_!

Agosto 1875.




LA CHIESETTA DEI MORTI

(A GIULIO CORSARI)

L'ho vista la chiesuola; essa è perduta
In mezzo ai campi come un eremita;
Ed è deserta, solitaria e muta,
Qual chi studia il problema della vita.

O teschi, o tibie, o stinchi ammonticchiati,
Macerie umane, chi vi mosse in terra?
Insiem congiunti come v'han chiamati?
Bécero, Truffaldino o Fortinguerra?

Sotto una rozza lapide sconnessa
Dorme il vecchio curato del villaggio;
Egli almen cogli offizii e colla messa
Il nome a questa età lasciò in retaggio!

Ma un teschio, posto là, sul cornicione
Con cent'altri, ridendo, par che esclami:
"Bel profitto davver, se le persone
"Deggion dir _ti chiamavi_ e non _ti chiami_!"

Ed è un teschio giallognolo e pulito
Siccome d'un nodar la pergamena,
Ed ha la nuca dal profilo ardito
E guarda in giù con un'occhiaja appena.

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È il mattino.--Sull'erba verde e folta
Scintillano le gocce di rugiada,
E il ritornello da lontan s'ascolta
D'un villano che passa sulla strada.

La Natura e il Lavoro!--E poi?--La testa
Poggiar sul cornicione d'una chiesa,
Coi passeri che intorno le fan festa
O col becco alle vuote orbite offesa!

E contemplare i proprii stinchi ignudi
In una nicchia, messi insieme a mille,
O (peggio ancora) un pöeta che sudi,
E cerchi un verso alzando le pupille...

Ei colla vita di cento persone,
(Che visser forse ognuna settant'anni)
Farà dieci quartine o una canzone.
Che l'udito ai viventi o strazii, o inganni!...

Poveri morti, perdonate!--Tutti
Amor vi concepì; tutti una madre
E un padre aveste; e amaste; e foste tutti
Sposo, figlio, fratello, amico o padre...

Per una strofa che dalla matita
Mi cade, voi viveste, ahimè, tant'anni!
Un sol mio verso è costato una vita!...
E una mia rima chissà quanti affanni?

Castelleone, agosto 1874.




A UNA DONNA INTELLIGENTE

Quand'io lessi i tuoi versi
Ho pensato alla gioja
Immensa e alla sventura
Di chi può amarti, o bella crëatura.

Ho pensato all'arbitrio del destino,
Che ti formò col puro cäolino
Con cui formò il cervello dei veggenti:
Ho pensato al delirio
Di chi baciò i tuoi begli occhi lucenti;
All'angoscia di chi, dopo il delirio,
Vorrà, tremante, interrogarti il cuore,
E, forse, troverà lento e sbiadito.
Come un suono che muore,
L'amoroso battìto!

Strano connubio!... Donna e intelligenza!
I sogni, che s'incarnano
Nella gentil parvenza!
Strano connubio!... Intelligenza e donna!...
Lucifero che cela il ghigno orrendo
Sotto un pallido volto di Madonna!
Una bionda e leggiadra testolina,
Un gingillo da pôr sovra un guanciale,
Che scruta ed indovina
Il cupo abisso del Bene e del Male?
Strano connubio!... Donna e intelligenza!...
Una mandòla, cui la man d'amore
Sa cercare una languida cadenza,
E a cui scuote le corde
Questo fantasma che sussulta e spia,
E bacia, e sferza, e morde,
E che gli umani chiaman: _Poesia_!

Quand'io lessi i tuoi versi
Ho pensato alla gioja
Immensa e alla sventura
Di chi può amarti, o bella crëatura!

Io vorrei che alla mia donna adorata
Mormorasse un mortal detti d'amore,
Perch'io potessi trafiggergli il cuore
O morir di sua mano;
Ma, ginocchioni, il ciel supplicherei
Che tenesse lontano
Dal suo capo gentile
Il più spietato dei rivali miei,
Il _Pensier_, che solleva
Il tristo tentatore
Che un dì fe' perder Eva
E poi distrusse ogni sogno d'amore.

E s'io t'amassi, ti verrei dinanzi
Colle lagrime agli occhi e il viso bianco,
E, come un pellegrin d'affanni stanco,
Singhiozzando ai tuoi pie' mi getterei
E, baciandoli, o donna, io ti direi:

"Di non udir quaggiù che la mia voce,
"E d'esser sorda alle melòdi arcane
"Che vibrano nel tuo capo adorato;
"Perch'io temo che il sol della dimane
"Ti risvegli più fredda all'amor mio;
"Perch'io temo che i baci del _Pensiero_
"(Funestissimo Iddio)
"Ti tolgano per sempre ai baci miei!"

Questo, o donna, piangendo, io ti direi.

E se tu volgerai, dolcezza mia,
Quasi ammaliata, le pupille al cielo
Ov'abita il tuo Nume, io, soffocando
Nel profondo del cor la gelosia,
Afferrerò la balza del tuo velo
Per tenerti qui in terra... o per morire,
Se a quella reggia d'oro
Poëta e donna, tu vorrai salire.

Agosto 1876.




IL DÌ DEI MORTI

Quest'oggi il calendario
Segna il giorno dei morti,
Il giorno in cui gli scheletri
Han mistici conforti,
Ed io, seguendo il popolo
Come sopra pensiero,
Mi trovo al cimitero
Fra i cippi a vagolar.
Qui tra le mute lagrime
Delle madri dolenti,
Tra gli ipocriti gemiti
Degli eredi parenti,
Tra i fiori che inghirlandano
I cippi biancheggianti,
Rovistando i sembianti,
Comincio a meditar.

Chi mi disse che il fùnebre
Campo, ov'io sono, ispiri
Pensieri melanconici,
Desolanti deliri?
Chi mi disse che incutono
Disinganni e paure
Le mille sepolture
Che stan dinanzi a me?
Qui, dove gli altri parlano
D'incompresi destini;
Qui, dove gli altri perdonsi
In mar senza confini;
Qui, dove tutti fremono
D'indicibil terrore,
A me si spegne in cuore
Ogni bugiarda fè.

Sulle zolle che atteggiansi
A smaglïanti ajuole,
Tra i fiori, che si volgono
Desiosi ai rai del sole,
Della Morte io non veggio
La larva ischeletrita;
Non la Morte, la Vita,
O miei fratelli, è qui!...
La Morte!... Che significa
Questa strana parola,
Che fa sgomento ai timidi
E che i forti consola?
La Morte!... Chi mi scioglie
Questo fatal segreto,
Che al cèrebro d'Amleto
Il dubbio suggerì?

È la Morte una fisima
Delle pusille menti!
Se nacquer dai cadaveri
L'erbe ed i fiori olenti,
Se i vermi ha fatto nascere
La carne imputridita,
La forma, e non la vita,
D'esistere cessò!...
L'operosa materia
Convien che a sè ritorni;
La Morte è legge assidua;
Noi moriam tutti i giorni!
Noi moriam, trasformandoci
Da bimbi in giovinetti!
Noi moriam cogli affetti
Che il nostro cor provò!

Perchè cercar nell'anima
Le fede e la speranza?
Perchè cercar nell'anima
La postuma esultanza,
Se scioglier la materia
Ci può il fatal problema,
Se il mistico pöema
Essa cantar ci sa?
Essa, l'eterno simbolo;
Essa, l'eterna Dea;
Essa, da cui germogliano
E l'albero e l'Idea;
Essa che dà alle indagini
I responsi più esatti,
Che non i sogni astratti
Delle trascorse età!

Che v'importa dell'anime
Dei figli trapassati,
O padri, sovra i candidi
Sepolcri inginocchiati?
Via!... Chiudete l'orecchio
Ad una sciocca turba,
Che il pensier vi conturba
Con sogni di terror!
I vostri figli vivono;
Sono raggi di sole,
Son glebe, son garofani,
Son aria, son vïole;
Voi, pregando sugli umidi
Fiori o sui secchi dumi,
Ne aspirate i profumi
E vivete con lor.

Oh!... Dite ai mille ipocriti
Dalle fisime strane,
Che noi, togliendo l'anima
Alle credenze umane,
Non vi togliamo il balsamo
Delle memorie pie,
I canti e l'armonie
Che sanno consolar!
Credete alla Materia
Per creder nell'Eterno;
Il Bene e il Mal sussistono;
Ecco il Cielo e l'Inferno!
Religïon purissima
È la Scienza, la luce
Che gli uomini conduce
Ad amarsi e pensar.




PER IL SANTO NATALE

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Eugenio, l'abitudine
È una cinica Dea,
Che avvelenò coll'alito
Ogni sublime idea!
Profuse il genio ai popoli
Le perle smaglïanti
E un'orda di baccanti
In pietre le mutò!

Dal dì che all'Evangelio
Pace e conforto io chiesi,
Dal dì che il cor degli uomini
A interrogare appresi
E, come un serpe, ascondersi
Vidi nel Bene il Male,
Il giorno di Natale,
Da allora mi indignò!

I pöetastri raglino
Vieti e melliflui canti,
Le olenti dame pensino
Ai bambini lattanti,
Credan davver gli stolidi
Ch'oggi ogni sdegno è spento,
Biascichi un complimento
Ogni bocca volgar!

Io, solitario, medito
Chiuso nella mia stanza
Che retaggio di popoli
Grulli è una grulla usanza...
Nè a vagolar pei trivii
Coi miei pensier discendo,
Chè fuggo un quadro orrendo
Che m'eccita a imprecar.

Giù v'è un delirio, un'orgia
Di sangue e di carname;
Polpe squarciate e muscoli
Ornati di fogliame,
Bestie sgozzate e viscere
Ancora palpitanti,
E rosse man fumanti,
E gocciolanti acciar!

Lungi da me l'orribile
Tripudio dei macelli,
Ove le fronti pallide
Di pecore e vitelli,
Trofëo spaventevole,
Col livid'occhio spento,
Mandandomi un lamento,
Mi possono guardar!

Lungi da me, o limosine
D'un mondo imbellettato,
Chicche donate ai bamboli
D'un popolo affamato!
Lungi da me l'ingenua
Fede dei tardi ingegni,
Che spengansi gli sdegni
Coll'agape d'un dì!

Lungi da me quest'ebete
Sfida a chi più divora,
Quest'inno che da gonfie
Ventraglie erutta fuora!
Lungi da me l'effluvio
Di frutta e di dolciumi,
A cui gli acri profumi
Inutil sangue unì!

O triste lotta!... O vincolo
Fatal della Natura!
È ver, dell'altrui sangue
Vive ogni creatura!
È ver, la morte è il nocciolo
Che genera la vita!
In terra e in ciel scolpita
La dura legge io so!...

Ma, per far festa, uccidere,
Non per sbramar la fame;
Ma il rider tra i cadaveri,
Gridando: _Pace_!... è infame!
Ma l'esclamar tra i rantoli
"_Quest'oggi è un giorno gajo!_"
È lazzo da beccajo
Che il sangue inebrïò!

Deh! Se nei vostri pargoli
Sensi d'amor bramate
Dal barbaro spettacolo,
Madri, li allontanate...
O scenderanno funebri
Fantasimi crudeli
A rapir loro i cieli
Del sonno verginal!

Ah! dite lor che scordino
Quest'efferata usanza;
Che a feste meno stolide
Rivolgan la speranza;
Che verrà un dì in cui gli uomini
Saran davver fratelli,
Senza l'orgie e i macelli
Di questo saturnal!

25 dicembre 1876.




CORAGGIO!

(AD ALBERTO BARBAVARA)

Tu sogni una condotta, un bel villaggio,
Dall'esil campanile, a mezza china.
Che si imporpori al raggio
Del sol, quando declina,
Come la guancia d'una giovinetta
Cui si parli d'amore.

O mesto amico mio, biondo dottore,
Talor lo sogno anch'io
Questo tranquillo oblio;
Talor m'accascio anch'io sul mio dolore
Penso alla noja arcana
Che da ogni cosa emana;
Penso a quelli che furono
E a quelli che verranno;
All'albe ed ai tramonti ed all'affanno
Che domina crëato e crëature;
Alle molte sventure
Ed ai pochi sorrisi
Concessi a quei che pensano; alla culla
Tanto presso alla tomba;
A questo eterno nulla!

Tu sogni una condotta, un bel villaggio
Dall'esil campanile, a mezza china,
Che si imporpori al raggio
Del sol, quando declina;
Ed io perdo il coraggio
Nella frivola vita cittadina!
E nei ridotti, ove s'affolla un mondo
D'ubbriachi e di cretini,
M'aggiro; e il volto mio cogitabondo
Porta il riflesso d'inconsci destini...

Pur se giunge una nota al mio cervello,
Se vien qualche cencioso menestrello
A strimpellare una canzon gioconda
Al mio attonito orecchio,
Una febbre m'inonda
Di mille desiderii sconfinati;
E penso ai vecchi errori, al mondo vecchio
Che crollerà sotto il mio giovin pugno;
All'arte nuova; ai versi cesellati,
Coi quali passo qualche lieta notte
Della mia giovinezza;
E ritorno alle lotte,
Ove soltanto il debole si spezza;
Ed odio, ed amo, e scrivo,
E lagrimo talor, ma fremo e vivo!




DITIRAMBO

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Un giorno, Eugenio, tramontava il sole
E tu mi stavi accanto,
Ed al cervello mio le tue parole
Suggerivano un canto.

Tu mi dicevi: "La scienza è la luce
"Che feconda gli ingegni;
"È la guida infallibil che conduce
"A inesplorati regni...

Ai regni inesplorati, agli ideali
"Che tu cercando vai,
"A cui le menti, che han tarpate l'ali
"Non arrivano mai."

Ed io dicevo: "È vero!... I giorni miei
"Passan senza splendori!
"Oh, quante notti fra i bicchier perdei!
"E quante fra gli amori!"

E ripetevo: "La scienza è la luce
"Che feconda gli ingegni!
"È la guida infallibil che conduce
"A inesplorati regni!"

Poscia, rinchiuso nella stanza mia,
Quella notte vegliai;
Degli intravisti carmi l'armonia
Mi si aperse e pensai:

Scienza, che debbo chiederti?
Qual ben puoi tu largirmi?
Ahimè!... Dei canti il fascino
Forse tu puoi rapirmi!
L'entusiasmo puoi togliermi
Che i giorni miei fa lieti!
L'entusiasmo!... Il tesoro dei poeti!

Scienza, che debbo chiederti?
Forse il concetto immenso
Del nostro nulla?--È inutile!
Io questa idea la penso...
Come da vasto incendio
Le scintille incessanti,
Così dal nulla a me vengono i canti

Tu sai giunger, per aride
E tortuose vie,
In lande ove s'impressero,
Da tempo, l'orme mie!
Scienza, che debbo chiederti?
Io volo, e tu cammini...
Per soffermarci agii stessi confini!

Puoi tu insegnarmi il numero
Degli astri rotëanti?
Dirmi che sia lo spazio
E cosa sian gli istanti?
Dirmi perchè sussistano
La luce, l'ombra e il moto,
E come in foglie si trasmuti il loto?

Scienza, a crëare insegnami
Un'erba od un insetto;
A discerner le cause
Dell'odio e dell'affetto;
A indovinar l'incognito
Principio della creta;
Scienza, dei mondi apprendimi la meta!

Ed io, fervente apostolo
E adorator dell'arte,
Verrò a chiedere l'estasi
Alle tue dotte carte,
E vestirò coi fascini
D'un eterno poëma
La soluzione del vital problema!

Ma, fino allora, chiederti,
Scienza, che deggio io mai?
Forse l'oro e la gloria
Che da tempo spregiai?
Forse di qualche popolo
Le gesta o la favella?
Forse una data o il nome d'una stella?..

Ahimè!...La scienza è un briciolo
All'ignoto involato!
Noi non ghermiam che un atomo
E gridiamo: È il Creato!...
E perdiamo nell'ansie,
E perdiam negli affanni
L'incantevol sorriso dei verd'anni!

E poi, giunti sul margine
Della vita che fugge,
Anco cinti di gloria,
Un pensiero ne strugge;
È del Nulla il fantasima
Che nell'estrema prova
Ci mormora all'orecchio: Or, che ti giova?...

Lo so; i verd'anni passano
Pei dotti e pei gaudenti,
E forse nel silenzio
Degli anni miei cadenti,
Triste e scorato, ai fervidi
Giovani dì pensando,
Anch'io dovrò ripeter lagrimando:

"Stolto!... I bei sogni sparvero!
"Sparvero e nappi e amori,
"E i giorni tuoi tramontano
"Qual sol senza splendori!
"Scendi, rabbiosa ed invida,
"Nella tua sepoltura
"A mutar forma, o volgar crëatura!"

È ver!... Ma tutti muojono,
E dotti e gaudenti!
E allor che giova il plauso
O il biasmo delle genti?
In un pugno di polvere
L'incompreso Destino
Muta i cranii di Dante e d'Arlecchino!

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Viviam!... Rubando un briciolo,
Affannosi, all'Ignoto,
O tessendo una lirica
Ad un pugno di loto,
Pensiam che i giorni passano,
E che--forse--Alighieri
Invidia il bimbo partorito jeri...

E vorrebbe rivivere
Per giornate più liete,
Soffocando nel cèrebro
Della Scienza la sete,...
Per poi--forse--rimpiangere,
Fatto vecchio, gli allori
Fra le tazze oblïati e fra gli amori!

Viviam!... Rubando un briciolo,
Affannosi, all'Ignoto,
O tessendo una lirica
Ad un pugno di loto,
Pensiam che i giorni passano
E che--forse--Arlecchino
Vorria rinascer per studiar latino

E vorrebbe rivivere
Per diventar dottore,
L'esilarante arguzia
Soffocando nel cuore...
Per poi--forse--rimpiangere,
Fatto vecchio, le cene
Rubate al ventre... dalle pergamene!

Viviam!... Dei desiderii
È la turba infinita;
Per soddisfarla gli uomini
Troppo breve han la vita!...
E vivesser coi secoli
Convien che il labbro gema:
"Noi siamo affranti...o la turba non scema!"

Viviam!... Lasciam che passino
Servi all'istinto gli anni!
Tutti avrem pari i gaudii,
Tutti pari gli affanni!....
L'eternità in un circolo
Infinito ne serra!...
È il Nulla in cui s'avvoltola la terra,

Luglio 1875.




PER UNA SUICIDA

Una bionda fanciulla innamorata
Dal terzo piano si gettò stasera.
L'han raccolta piangendo ed è spirata!

Domani i preti, colla stola nera,
Com'è costume, a prenderla verranno
Recitando la solita preghiera;

Domani tutti il nome suo sapranno,
E morrà nel frasario d'un giornale
Questa epopëa d'un immenso affanno!

Poveretta!... La veste nuzïale
L'attendeva coll'alba!... Ella ha voluto
Mutare in epitaffio un madrigale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un tempo, anch'io, giovinetto inesperto,
Credea nei libri di legger la vita,
E non vedea che sterile deserto!

E rivivea la fantasia romita
In epoche lontano; in mezzo a gente
Che incancellabil orma avea scolpita.

E tutti mi diceano amaramente:
"Che noi non siam che un popol di fantasmi;
"Che i nostri affetti son ceneri spente;

"Che son svaniti amori ed entusiasmi;
"E che i lampi e i profumi eran mutati
"In fosforo volgare ed in mïasmi!"

Ed io discesi nei trivii affollati,
Non recando nè fedi nè illusioni,
Arido figlio di padri annojati.

Ma l'impeto fatal delle canzoni
Tacitamente palpitar mi fea!
Ed io, passando fra i tristi e fra i buoni,

Fra lo splendore d'una eterna idea
E le tenebre folte, il mar solcando
Degli eventi, che intorno a me fremea,

L'oltraggio fatto a noi dissi esecrando;
E nella notte altrui trovai l'aurora;
E risi e piansi anch'io; e lagrimando

La strofa mi sgorgò calda e sonora;
E ritrovai la fede e la speranza,
Perché m'accorsi che si vive ancora!

Sì!... Si vive! Si lagrima! Si danza!
Come un dì! Come sempre! E infin che luce
Avrà il sole ed i fiori avran fraganza,

Questo dramma, ora lieto ed ora truce,
In cui tutti abbiam parte, ed è la vita,
E che un'ignota man scrive e conduce,

Palpiterà di passione infinita,
Miscêla arcana d'ombra e di splendore!
E tu eterna starai (lampa romita,

Oppure incendio divampante) Amore!

Ottobre 1876.




QUANDO?

(A DINO MARAZZANI)

Quando i giorni verranno
Della malinconia,
E morirà d'affanno
Nel mio cranio la giovin fantasia,

Io penserò alle notti,
Che passai con me stesso;
Agli studii interrotti
Per meditar della lampa al riflesso;

Io penserò alle sere,
Che, coi pochi diletti,
Confusi le preghiere
Per l'Arte, per il Vero e per gli affetti.

Allora, stanco anch'io
Dei furbi e dei cretini,
Mi sentirò il desìo,
Il santo ardor di più vasti confini!

Stringerò nella mano
Un nodoso bastone,
E me ne andrò lontano
Un balsamo a cercar, l'oblivïone...

Andrò verso l'Oriente,
Col sole sulla fronte,
Guardando avidamente
La linea circolar dell'orizzonte.

E bacierò le siepi
E i fiori per la via,
E cercherò i presèpi
Ove deporre la stanchezza mia.

E scenderò, pensando,
Alle vaste marine;
E vedrò, palpitando,
Gli splendidi tramonti e le mattine.

Ritroverò la vita
Nell'immensa natura;
E la gioja infinita
Del creato empirà la crëatura...

Parmi d'aver dinanti
Le romite vallate;
Le strade biancheggianti
Ove la fine polve arde in estate;

Odo stillar le fonti
Dallo spungoso tufo
E, la sera, fra i monti,
Stridere il grillo ed ululare il gufo.

Sento l'acre profumo
Dell'erbe e delle piante
E, sull'umido dumo,
La verde cavalletta saltellante.

Poi, quando il giorno estremo
Degli erranti miei giorni,
Col comando supremo
Vorrà che in vermi il corpo mio ritorni,

Io cercherò una sponda
Giallastra e desolata,
Ove si franga l'onda
D'una glauca marina sconfinata

Là poserò le spalle
Sull'arena minuta,
Che, come eterna valle.
Verso un fondo nebbioso andrà perduta;

Rammenterô le storie
Della mia giovinezza;
Rivivrò di memorie,
Di pianto, di speranza e d'allegrezza;

Ed atomo piccino
Dinanzi alla Natura
E dinanzi al Destino,
Coll'unghie mi farò una sepoltura,

Guarderò i cieli azzurri,
Il mar pieno d'incanti,
Di calme e di susurri,
E i pulviscoli in aria roteanti.

Là morirò tranquillo
Dagli uomini lontano...
E, forse, fatto brillo
Dall'agonia, colla tremula mano.

Sovra la sabbia ardente,
Pensando all'universo,
Traccierò sorridente,
O dolce amico mio, l'ultimo verso.




ARS, ALMA MATER

(AD ALBERTO BARBAVARA)

L'Arte morrà!... o La splendida
Arte che amiamo, o Alberto,
Morrà, come ingannevole
Miraggio del deserto!...
Oh! Tu non sai l'angoscia
Che in petto mi fremea
Quando la triste idea
Nel cranio mi guizzò!
Nata col primo palpito
Dell'umano pensiero,
L'Arte non era in fascie
Quando cantava Omero;
Ma dalle vette olimpich
All'Ellenia stupita
Dicea: "Narro la vita
"D'un'arte che passò!"

Dal sacro fiume Egizio,
Dal Gange e dal Giordano
Alle colonne d'Ercole
Che chiudean l'oceáno,
Errante coi fenicii,
Ape del sen fecondo,
Ella versò sul mondo
Il miel di sue virtù.
E ad Iside e ad Osiride
Eresse monumenti;
E verseggiò le pagine
Dei vecchi testamenti;
E toccò l'arpa a Davide;
E al popol patriarca
Disegnò l'are e l'arca;
E celebrò Visnù.

In Grecia Apelle e Fidia
Le chieser marmi e tele;
Ella insegnò la linea
Divina a Prassitele,
E a Socrate e a Demostene
La possente parola,
E ad Eschilo la scuola
Delle passioni aprì.
Le mani d'Aristotile
Ne composer la storia;
La chiamò Saffo, in lagrime,
Amor; Pericle, gloria;
Inspirò l'odi a Pindaro;
Seguì Alcibiade a festa;
E gaja dalla testa
D'Anacrëonte uscì...

Poi trasvolò, coll'aquile
Delle legioni, a Roma;
Ed intrecciando i lauri
Alla flüente chioma,
Cantò i trionfi, il sonito
Delle tube guerriere,
Le spoglie e le bandiere
Del Lazio vincitor.
E quando la Repubblica,
L'invincibile atleta,
Sotto il pugno di Cesare
Si sfasciò come creta,
Ella, che adora il genio,
Nella bellezza avvolto,
Baciò, plaudente, in volto
L'audace lottator!

E l'adorò, recandogli
Un impero a tributo;
E, ad eternarlo, complici
Ebbe Tacito e Bruto;
E quando ei cadde, vittima
Di vendetta gloriosa,
Gli suggerì la posa
In cui dovea morir.
Sovra il suo corpo esangue
S'abbandonò piangendo;
E si temprò all'incudine
D'uno spasimo orrendo...
Poi surse, e avea nell'occhio
Sguardi così possenti
Che n'arsero le menti
Nei secoli avvenir,

Ella narrò a Virgilio
L'egloghe e l'epopee;
Apprese in versi a Orazio
Le proverbiali idee;
E rizzò terme e templii,
E circhi e colossei,
E sogghignò agli Dei,
Agli aúguri, agli altar.
Dai lidi della Nubia
Chiamò il pardo e il leone;
Tolse a femminee viscere
Caligola e Nerone;
Rovesciò il bianco pollice
In faccia ai moribondi,
E chiese se altri mondi
Eran da conquistar!...

Mutati i lauri in pampini.
Nuda dal capo ai piedi,
A mense interminabili
Volle Eterie e Cinedi;
E, brïaca, in un'orgia,
Di vino e di deliri,
Cadde dai drappi assiri
Sul pavimento d'or.
Fra i bianchi intercolonnii
Ella era ancor sopita,
Quando un profeta mistico
Venne a chiamarla in vita.
Ei la coprì col ruvido
Manto, le diè una croce,
E colla blanda voce
Le favellò d'amor.

Cosparsa il crin di cenere
Seco a pregar l'addusse;
La confortò di massime
Söavi ed inconcusse,
E in mezzo a ignoti popoli,
Quasi selvaggi ancora,
Vestitala da suora,
La chiuse in monaster.
Ella, seguendo l'indole
Di sua mondana vita,
Da preci e da cilicii
Affranta ed intristita,
Per scongiurar la noja
Del chiostro freddo ed ermo,
Tradusse in canto fermo
I timidi pensier.

Indi miniò una bibbia,
Cesellò dei rosari,
E ricamò in fantastici
Fregi gli scapolarí...
La santità dell'opere
La rese ardita, e un giorno
A un'asse si fe' attorno
Con piume e con color,
E disegnò un'aurëola
In mezzo a cui, raggiante,
Pinse il volto mitissimo
Del suo profeta e amante;
E, le pupille in lagrime,
Compunta a divozione,
Disse alle genti buone:
"Questi è Nostro Signor!"

Fu la sua voce armonica
Che il nuovo dogma apprese;
Fu per sua man che sursero
E metropoli e chiese;
E dissero i miracoli
Di sue glorie passate,
Le aguglie, le navate,
I pöemi e gli altar.
Pur, colle glorie, l'orgia
Fatal non iscordava;
E il giorno che un Pontefice
La volle far sua schiava,
L'Arte, la bella indomita,
Volse le spalle al tristo,
E fea ritorno a Cristo
Per piangere e pregar.

Un'invincibil nausea
Le saliva alla bocca,
Chè l'andazzo del secolo
La fea torva e barocca;
Eran grottesche immagini
Di frati, angioli e santi
Con manti svolazzanti
E iperbolici pel;
Erano idee rachitiche
Cinte di gonfie vesti;
Sparía la pura linea
Sotto i fregi funesti;
E nei giardini mistici
Della latina scuola
Il puzzo di Lojola
Isterilia gli stel.

E Sanzio, e Michelangelo
Non eran polve ancora
Quand'ella in Francia e in Anglia
Vide la prima aurora;
E, mentre di Giansenio
La pura man guidava,
Fremeva e palpitava
D'Amleto col cantor.
Poscia amò i nèi, la cipria,
Le satire mordenti;
Chiamò gli Enciclopedici
In sale aurate e olenti;
E, per fuggir degli Arcadi
L'inesorabil belo,
Della Germania al Cielo
Cercò sorti miglior.

Ma sulla strada un pallido
Giovinetto severo
La soffermò, dicendole:
"Io mi chiamo Pensiero.
"Il mondo mi perseguita;
"Io gli grido che l'amo;
"Ma son povero e gramo,
"E non mi vuole udir!
"Tu sei leggiadra, e gli uomini
"Aman le cose belle;
"Or ben, di' lor che il raggio
"Io scrutai delle stelle,
"Che la pena ed il premio
"Impartirò a chi tocca;
"Per la tua rosea bocca
"Io mi farò capir!..."

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