Poesie e novelle in versi
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Colà la vieta triade--del villaggio venia
A far tutte le sere--la solita partita.
* * * * *
"Buona notte, Teresa!"--"Salute, Margherita!"
"Dormite bene, Checca!"--"State bene, Gervasa!"
Eran le donnicciuole--che rientravano in casa.
* * * * *
I lumi scintillavano--nelle rustiche stanze;
Sui talami nuziali--scendevan le esultanze;
I vecchi accarezzavano--le coltri cogli sguardi;
I bimbi sonnecchiavano.
--Alcuni, più testardi,
Strillavan nella culla--con noiosi lamenti.
La nenia dello gocciole--dalle gronde cadenti,
Come un canto materno,--diceva lor: "Tacete!"
I desiderii inutili--colle vampe segrete
Turbavan le orazioni--delle fanciulle ed esse
Accanto al picciol letto--pensavan, genuflesse,
Dell'amante villano--all'ultima parola,
E trovavano fredde--le candide lenzuola,
E con stolidi accenti--pregavano il Signore
Perchè la santa fiamma--spegnesse a lor nel cuore!
Sovra le brune case--il silenzio scendea,
E la sottil pioviggine--lentamente cadea.
* * * * *
A un tratto, come il lampo--che le nubi rischiara,
Risuonò da lontano--un'allegra fanfara.
I fanciulli, che uscirono--sugli alpestri sentieri,
Tornarono di corsa--gridando: "I bersaglieri!
I bersaglieri!!!"
Allora--fu un batter d'impennate,
Un cigolar sui cardini--d'imposte spalancate,
Un vagolar di lumi--sulle negre baltresche,
Un vociar di padrone,--un chiamar di fantesche.
Si gridava: "Correte!...--Son qui!... Sono vicini!"
Le madri abbandonavano--le culle dei bambini;
E, fra l'essere donne--curiose o madri buone,
Prendeano il mezzo termine--d'affacciarsi al verone,
Tenendo sempre a bada--colla coda dell'occhio
Il letticciuolo, dove--miagolava il marmocchio.
* * * * *
La fanfara appressavasi.--Con un piglio insolente
Parean le note acute--sfidar l'ombra silente.
Le fanciulle, lasciando--divozioni e rosari,
Balzavan sulle soglie--dei bruni casolari;
Colle pupille in fiamme,--battendo mano a mano,
Saltellavan di gioia,--e guardavan lontano,
In fondo alla contrada.
--Gli squilli delle trombe,
Come fìtta gragnuola--che sui tetti precombe,
Echeggiàr nella via,--annunziando al villaggio
Che i bersaglieri entravano.
--Sotto il tenue raggio
D'una lampada santa,--fantastiche visioni,
Sfavillaron nell'ombra--le bocche degli ottoni.
* * * * *
I soldati marciavano--serrati; il suon dei passi
Cadenzato e monotono--rimbombava sui sassi;
I tinníti dell'armi--pareano strappi d'arpe;
Nelle pozze e nel fango--cadean le larghe scarpe
Insudiciando l'uose--strette sulle caviglie;
La pioggia scivolava--sulle negre mocciglie
E imperlava i cocuzzoli--dei cappelli alla scrocca.
I fanciulli, guardandoli,--aprian tanto di bocca;
Le ragazze esclamavano:--"Che bei giovani!"
Ed era
Bujo!!!
* * * * *
Dinanzi a tutti,--accanto alla bandiera,
Marciava un uffiziale--dal torace spazioso,
Dalle spalle quadrate.--Marciava silenzioso,
Colla fronte dimessa;--parea sopra pensieri.
Pensava egli al domani?--Pensava egli all'ieri?
Forse pensava a nulla!
--Con piglio indifferente
Egli passava in mezzo--allo stuol della gente
Ed automa ambulante--si guardava i ginocchi.
Giunto presso a una lampada--l'uffiziale alzò gli occhi
E si fermò.
Due stelle--gli brillavan davanti;
Due stelle nere, lucide,--che parevan diamanti.
Erano due pupille,--cui fea cornice un volto
Di giovinetta, pallido,--nella penombra avvolto.
Il soldato col guardo--esperto ed indovino
S'accorse che quel volto--era un volto divino;
Un volto sedicenne--di bellezza ideale!
Vide due labbra tumide--dal taglio sensüale,
Una fronte purissima,--un mento ovale e fine,
Dalla pelle cosparsa--di linee azzurrine,
E su due guance bianche--cader due brune anella.
Il soldato, baciandola,--disse: "Quanto sei bella!"
* * * * *
La fanciulla fu presa--da uno strano languore
E mormorò, abbracciandolo:--"Assistimi, o Signore!"
Indi trasse il soldato--sotto un andito oscuro;
Spinse una porticella--che s'apriva nel muro
E fe' cenno che entrasse.
--Ei la seguì...
La porta
Fu chiusa.
* * * * *
Era una stalla.--
Piovea la luce smorta
Da una piccola lampada--che dall'alto pendea;
Una magra giovenca--gravemente giacea
Su poca paglia; agli angoli--delle rozze pareti
I ragni sciorinavano--le polverose reti;
La soffitta, composta--d'esili travicelli,
Era negra pel fumo;--vanghe, zappe, rastrelli
In un canto appoggiavano--l'aste lunghe e lucenti;
In fondo c'era un mucchio--d'erbe e di fiori olenti
Falciati nella sera.
--La fanciulla s'assise
Su quel mucchio di fiori;--alzò gli occhi e sorrise.
Poi disse a voce bassa:--"Qui ci vede nessuno!
"Mio padre dorme... E poi--sarà un minuto!"
Il bruno
Ufficiale si pose--a sederle dappresso.
Ella guardò per poco--lo smagliante riflesso
Dei bottoni dorati--del giovane soldato;
Li toccava, tremando,--col dito fusellato;
Sembrava come assorta--in un sogno; chinava
La testa sovra il petto--e quel petto anelava...
Ad un tratto, cogli occhi--socchiusi, alzò la faccia;
Cinse il collo del giovane--con entrambe le braccia
E...........--............
...........--.............
* * * * *
Giovinette ardenti,--donne all'amor crëate,
Da una stolida legge--a soffrir condannate,
Non sognaste voi forse--il gaudio d'un istante
Ricordando il profilo--d'un maschio sembïante?
O superbe matrone,--dalle vesti scollate,
Che parlate d'onore--e di virtù parlate,
Io sorrido al severo--vostro piglio glaciale
Perchè so che i viventi--hanno un nemico eguale!
La carne!... Questa schiava--ribelle, non mai doma,
Che freme al sol contatto--d'una leggiadra chioma!
Voi pur siete di carne,--o severe matrone,
E forse in qualche giorno--di suprema oblivione
E d'ardore supremo,--da ogni sguardo lontane,
Voi pure calpestaste--le convenienze umane,
E ai baci d'un ignoto--vi abbandonaste ignude!
Chi narrerà i misteri--che un cuor di donna chiude?
Chi gli incontri fatali--che il caso ha preparato?
Fu un istante!... Nessuno--lo seppe... Il fortunato
Baciò, tacque e passò...
--La matrona severa
Ripigliò la sua maschera--nei crocchi della sera;
Ad un detto men cauto--finse sentirsi offesa;
Frequentò, come al solito,--e corsi, e balli e chiesa;
Licenziò la domestica--e il fedel servitore
Perchè nell'anticamera--parlavano d'amore;
E, suscitando intorno--mille fiamme lascive,
Visse, come ogni dama--che si rispetta, vive:
Ipocrita a trent'anni,--bacchettona a cinquanta,
Borbottona a sessanta,--e nel feretro santa!...
Giovinette di fuoco,--donne all'amor create,
Da uno stolto egoïsmo--a soffrir condannate;
Giovinette di fuoco--e superbe matrone,
Che forse in qualche giorno--di suprema oblivione
E di supremo ardore,--da ogni sguardo lontane,
Calpestaste con gioia--le convenienze umane
E ai baci d'un ignoto--v'abbandonaste ignude,
Voi capirete il senso--che il mio racconto chiude!
* * * * *
Quando il bruno soldato--uscì sopra la via
Gli passava dinanzi--l'ultima compagnia.
Ei, raddoppiando il passo,--raggiunse la bandiera.
La fanciulla (che tale--da un istante non era),
Sovra il mucchio di fiori--pareva addormentata...
I suoi sogni di languide--vision la fean beäta.
Come noi sogniam spesso--negli anni adolescenti
Di leggiadre donzelle--i bei volti ridenti,
Ella sognava un nimbo--di giovinetti gai...
* * * * *
La fanciulla e il soldato--non si vider più mai,
Napoli, 29 febbraio 1876.
MASTRO SPAGHI
A
FELICE CAMERONI
MASTRO SPAGHI
I.
Mastro Spaghi era il boia--della città d'Urbino.
Contava cinquant'anni;--era smilzo e piccino;
Era calvo; il suo cranio,--da lontano, pareva
Una palla di vetro.--Sul petto gli cadeva
Una candida barba.--Avea gli occhi profondi,
L'orbite cavernose,--i pomelli rotondi
E violetti, le labbra--grosse e larghe.
Campava
Tirando il collo agli altri.
* * * * *
--La forca prosperava
Nell'Evo Medio!
Oh! Quelli--eran tempi bëati!
Nè i maggiori colpevoli--erano gli appiccati!
I furbi ed i potenti--facevano man bassa,
Come chi taglia spiche,--sui capi della massa.
Le tanaglie e l'eculeo,--le scuri ed i capestri
Fiorivan dappertutto.
--Perciò v'eran maestri
Nell'arte del carnefice!
--A Roma avea gran nome
Un boia, che sapeva--dal calcagno alle chiome
Tanagliare una vittima,--senza farla spirare.
La Santa Inquisizione--avea fatto educare
Molti allievi alla scuola--di cotanto maestro.
In quanto a mastro Spaghi--s'era dato al capestro.
* * * * *
Perchè vi spaventate,--o lettori cortesi,
S'io parlo di carnefici?
--Il nome lor lo appresi
Nella storia dei popoli,--in cui tengon gran parte,
Il dire mastro Spaghi--o il dire Bonaparte
Per me suona lo stesso.--Ammazzare al dettaglio
O in partita, gli è sempre--ammazzare.
Il barbaglio
Della gloria e del genio--pel filosofo è nulla!
Chè, sfrondati gli allori,--v'è la campagna brulla;
V'è la campagna brulla,--tutta a macchie di sangue;
Ove il forte sogghigna;--ove il debole langue;
Ove stanno i carnefici--e le vittime.
Evvia!
Perchè mai vi spaventa--questa novella mia?
Converrebbe abolire--la storia ed i cannoni
Per non parlar di boia!
--Abolirli?... Illusioni
D'anime semplicette!
--Togliam le guerre e il boia,
E impossibile è il dramma,--e morirem di noia!
L'umanità è un malato--che di salassi ha d'uopo!
Ma finiran le guerre--e i carnefici!...
E dopo?
Che faranno i mortali?--Quali saranno i temi
Degli umani discorsi--degli umani pöemi?
Saran la fede immensa;--l'amore universale;
I viaggi nell'aria,--e l'assenza del male;
Del male, che pei posteri--sarà l'egual chimera
Di quel che è il ben per noi!
--E s'anco fosse vera
Questa ideal famiglia--degli umani (fra mille
Miliardi di secoli)--figgiamo le pupille
Ancor più innanzi...
Il cèrebro--Mormora ancora: "E poi?..."
Siam daccapo alla noia!
II.
--Fra tutti i pari suoi
Mastro Spaghi emergeva--nell'arte del capestro.
La gran pratica è vero--l'avea reso il più destro
In tal ramo di scienza;--ma il suo merito c'era.
Fabbricava lacciuoli--in siffatta maniera
Che gli altri d'imitarlo--avean tentato invano!
La seta più ribelle--di mastro Spaghi in mano
Si mutava in un filo--così forte e sottile,
Qual non l'avria mutato--la mano più gentile
D'una donna ai ricami--espertissima.
* * * * *
Quando
Saliva sopra il palco--era proprio ammirando!
Dall'alto della forca--con un braccio potente,
Al segnale prefisso,--ei ghermiva il paziente;
Gli chiudeva la strozza--col famoso lacciuolo;
Poi, lasciata la vittima,--ratto balzava al suolo
E, con ambe le mani--afferrati i ginocchi,
Dava uno strappo...
Il misero--schizzava in fuori gli occhi
Tremava in tutto il corpo;--contorceva la faccia;
Allungava la lingua;--dibatteva le braccia;...
Ma era affar d'un istante!...
--E il popolo plaudiva
A lui che così presto--d'una persona viva
Sapea fare un cadavere!
* * * * *
Il popol gli era grato,
Perchè soltanto il popolo--era allora appiccato.
I nobili morivano--di scure, e i popolani
Dicean: "Se mi facessero--appiccare domani
"Per man di mastro Spaghi--preferirei morire.
"Mastro Spaghi ama il popolo,--chè non lo fa soffrire!"
III.
In vent'anni la fama--del nostro personaggio
Nelle città d'Italia--avea fatto vïaggio,
Raccontando la storia--di mille impiccamenti,
Miracoli dell'arte,--alle estatiche genti;
Tantochè mastro Spaghi,--il carnefice artista,
Era chiamato ovunque,--al par d'un concertista
Nei dì presenti; ed egli--era sempre in cammino.
Oggi appiccava un ladro--nella città d'Urbino;
L'indomani a Piacenza--giungeva di gran fretta
Per un villan, che avea--tentato far vendetta
Contro il Duca, perchè--questi gli avea (badate
Che inezia!) la sorella--e la sposa violate;
Il dì dopo correva--a Firenze, chiamato
Per un giovane ardente,--che aveva cospirato
(Diceva la sentenza),--contro le leggi.
Insomma,
Mastro Spaghi pareva--una palla di gomma
Che balza, ed agli astanti--sembra dir: "Dove vado?"
IV.
Adesso lo troviamo--a Sant'Angelo in Vado,
Grossa borgata allora,--posta tra l'Appennmo
Ed i repubblicani--colli di San Marino.
A Sant'Angelo in Vado--non c'è che una prigione.
Nel mille e due (secondo--la vecchia tradizione)
V'abitavano i frati;--era un piccol convento;
Non divenne prigione--che nel mille e trecento.
* * * * *
Mastro Spaghi sedeva--in un umida stanza,
I cui muri, giallognoli--e a macchie, avean sembianza
Di facce d'appiccati.
--Era una notte estiva.
Sui campi la finestra--della stanza s'apriva.
Di fronte alla finestra--c'era una porta, quella
D'un carcere, che un tempo--era stato una cella,
Là stava il condannato--a morire domani
Sulla forca.
Il carnefice--torceva nelle mani
Un superbo lacciuolo.--Splendeva alla sua destra,
Su un tavolo, una lampada.
--La vicina finestra
Tormentava il lucignolo--con buffi violenti,
Di profumi campestri--söavemente olenti.
Mastro Spaghi annasava--le odorose zaffate
Come un fanciul che sogna--le libere giornate
Nella scuola rinchiuso,--e il cui sguardo si perde
Alle cime dei pioppi--che si pingon di verde,
E al cielo azzurro, mentre--il professor di greco
Gli spiega la grammatica.
--Non la più debol eco
Il silenzio turbava.
--S'erano i borghigiani
Coricati assai presto,--per poter l'indomani
Svegliarsi di buon'ora,--e gustar per intero
La festa della forca.
* * * * *
--Dormiva il prigioniero?
Io l'ignoro.
Chi veglia--è mastro Spaghi.
E questi
Faceva a bassa voce--dei monologhi mesti:
V.
"Questo è quel dei dugento--che in vent'anni suonati
"Spaccierò sulla forca.--I primi che ho spacciati
"Mi costarono lagrime--di compassione! Io penso
"Con vergogna a quei tempi!-Non avevo buon senso!
"Cos'è strozzare un uomo?--Mandarlo all'altro mondo!
"E questo (almen mi pare)--è un beneficio, in fondo!
"Forse, che in questo qui--si sta meglio? Che bazza!
"Chi non vi nasce ricco,--o di nobile razza,
"O vigliacco del tutto,--o forte, o scaltro, od empio,
"Ci viene per soffrire,--o per fare, ad esempio
"Di me, la bella parte--di carnefice!"
* * * * *
Un grillo
Lungi nella campagna,--turbò il sonno tranquillo
Alle cicale, sopra--le piante addormentate,
Con note così allegre--che parevan risate.
* * * * *
"Oh!... Le note dei grilli,--umili creature,
"Piccioletti filosofi--desti nell'ore oscure,
"Come son liete!" disse--il boia sospirando.
"Essi vivono poco;--e col profumo blando
"Delle erbette si innebriano;--son vestiti di nero
"Per darsi fra gli insetti--un tal piglio severo,
"Ma in cuor ridon di tutto!--Dormono la giornata,
"Poi di notte nei campi--corrono all'impazzata!...
"E dir che, giovinetto,--io n'ho ammazzate tante
"Di queste bestioline!...
--Allora ero l'amante
"Di Rita, la più bella--forosetta che Iddio
"Ai campi regalasse!...--Almeno, a parer mio!
"Era bionda; abitava--qui presso, a poche miglia,
"In una casettina--tra i monti. La giunghiglia
"Ne baciava i mattoni--profumandola tutta.
"Una quercia, simíle--ad una vecchia brutta
"Che s'è presa d'amore--per un bel giovinetto,
"Abbracciar del tugurio--parea volesse il tetto;
"Un tetto di lavagna--nera, lucente, lina,
"Su cui ridean gli steli--d'una rosa canina.
"Mi parea che si amassero--quel tetto e quella rosa!
"Anzi il tetto, agli abbracci--di Madonna Ghiandosa
"Quasi per isfuggire--parea farsi più basso!
"Chi conosce i misteri--d'una pianta o d'un sasso?
"Noi ci viviamo in mezzo--cogliam le frutta e i fiori,
"Caviam fuoco dal sasso...--ed ecco tutto!"
VI.
Fuori,
Nell'aperta campagna,--il grillo allegramente
Trillò ancor. Mastro Spaghi--sospirò nuovamente.
* * * * *
"Poveri grilli! Povere--bestiole liete! Quante
"N'ho ammazzate!... Di Rita--ero allora l'amante!
"La notte, quando tutti--dormivano, soletto
"Io m'aggiravo intorno--alla quercia ed al tetto,
"Spiando la finestra--dove Rita dormiva.
"Talora ella l'apriva,--ma quando non l'apriva
"Che fare in mezzo ai monti--aspettandola?--Un poco
"Sedea sull'erba e il guardo--alzavo al cielo. Il fioco
"Lume degli astri piovere--sentia nelle pupille!
"Oh! Quanti dolci fascini--han le notti tranquille!
"Poi dagli steli, madidi--di rugiada, sul volto
"Mi balzava un insetto.--Io ghermivo lo stolto...
"Era un grillo; io grattavo--il suo ventre, per fare
"Che il povero piccino--avesse a strimpellare
"Qualche rullo di note--che svegliassero Rita...
"Ma la bestiola in mano--mi moriva sfinita!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
"Oh!... Sta a veder ch'io piango--perchè ho ucciso dei grilli!
"Per Dio! Strozzai tanti uomini--ed ho i sonni tranquilli!"
VII.
La lampada schizzava--bagliori incerti e vaghi
Sovra il meditabondo--cranio di mastro Spaghi,
Il lacciuol, colle mani--inerti, sui ginocchi
Del boia era caduto.--
Ei tenea fisi gli occhi
Sul laccio e sulle mani...
--Ma il suo pensier dovea
Essere ben lontano.
* * * * *
--Il vegliardo dicea
A fior di labbra:
"Rita!...--Vent'anni son trascorsi!
"Da allora n'ho provati--di angosce e di rimorsi!
"Sono stato un vigliacco!--Quando il Duca d'Urbino,
"Dopo l'_jus primae noctis_,--sorridendo, il mattino
"A me t'ha rimandata,--io dovevo tacere,
"O ucciderlo... od uccidermi!--Quando il tristo messere
"Io di spacciar tentai--per vendicarmi, invano
"Io raccolsi il coraggio--in codesta mia mano!
"Questi privilegiati--che portano un gran nome
"Hanno un certo prestigio--che fa rizzar le chiome
"Ai più arditi; hanno un fascino--che noi, povera gente,
"Siam dannati a subire;--hanno un piglio insolente
"Che agghiaccia!... Superiori--a noi li fece Iddio!
"Sospeso sul suo petto--rimase il braccio mio,
"E la mano ribelle--non mi volle ubbidire!"
* * * * *
Una nottola venne--nella stanza a squittire
Attirata dal lume;--fece due giri in tondo
Nelle pareti urtando;--poi nel buio profondo,
Fuori della finestra,--tornò, battendo l'ali,
Spaventata d'avere--osato tanto.
VIII
Eguali
Alle gocce che il tufo--nell'umide caverne,
Lagrime solitarie,--lentamente secerne,
Poche gocciole fredde--imperlavan la testa
Del boia.
* * * * *
Egli diceva:
"--Fu una notte funesta!
"So che mi son svegliato--con pesanti catene
"Ai polsi e alle caviglie.--Me ne ricordo bene!
"Non un raggio di luce!--Un fetore di morte
"Mi saliva alle nari.--Le catene eran corte.
"Mi addormentai di nuovo.--E d'essere un mastino
"Sognai.--
Fui risvegliato--sul fare del mattino
"Da un uomo lungo e pallido.--
Io gli chiesi chi fosse.
"Ei non rispose, côlto--da un accesso di tosse;
"Il fetor della carcere--gli grattava la gola.
"Fui condotto all'aperto.--
Un frate colla stola
"Negra mi passò accanto.
Lo seguivan dei ceffi
"Da ribaldi, che feano--orribili sberleffi
"A un meschin che legato--ne veniva con loro.
"_Alla forca!... Alla forca!_"--gli gridavano in coro.
"Egli batteva i denti,--era tutto tremante;
"E, non potendo piangere,--contorceva il sembiante.
"Allora l'uomo pallido,--che mi stava vicino,
"Mi toccò sulla spalla,--e additando il meschino,
"Miagulò:--
"_Il Serenissimo--Luca ti manda a dire
"Se ti piace di vivere,--o ti piace morire.
"Il carnefice è vecchio.--Se ti garba il mestiere
"Comincia a strozzar questo.--Verrà il Duca a vedere.
"Se il mestier non ti garba,--oppur non ci sei nato,
"Invece d'appiccare--sarai tu l'appiccato.
"Il Duca è giusto e buono;--a tanta sua clemenza
"Mostrerai collo zelo--la tua riconoscenza.
"Rispondi? Che vuoi essere:--Od appiccato, o boia?_
"--Il secondo! Il secondo!"--Io risposi con gioia!
IX.
Egli stringea le labbra--e aveva chiuso gli occhi,
Chè il duolo ama le tenebre.
Le mani sui ginocchi
Tremavano, ed il mento--sul petto si appoggiava.
* * * * *
"Me due volte vigliacco!"--mastro Spaghi pensava.
"Potevo una sol volta.--esserlo!... Avrei dovuto
"Tenermi la mia sposa--e scordar l'accaduto!
"L'oltraggio era comune--a mille! Sarei stato
"Felice! Forse un figlio--Iddio m'avrebbe dato
"O una figliola, bella--come sua madre!
Oh! Rita.,.
"Dove sei?
Mi narrarono--che te ne sei fuggita
"In paese lontano,--quando ti venne detto
"Ch'io facevo il carnefice,--e che m'hai maledetto!
"Un pastore stamane--m'asseriva che al seno,
"Partendo, ella teneva--sospeso il frutto osceno
"Di quella notte orrenda...--una bimba dormente!
"Da allora in poi nessuno--la rivide...
Clemente
"Iddio, se rivedere--un dì potessi almeno
"Questa bimba, che Rita--tenea sospesa al seno!"
X.
E alzò gli occhi.
Miracolo!--Dinanzi a mastro Spaghi
Una forma di donna,--ai raggi fiochi e vaghi
Della lampada, spicca,--sul buio della stanza.
È una fanciulla pallida--e bella. Ella s'avanza,
Tenendo sulle labbra--l'indice, a passi lievi.
Le sue pupille intorno--schizzano lampi brevi
E inquïeti, e, scorgendo--colà soltanto il boia,
Si volgono all'usciuolo--scintillanti di gioia.
Ella s'appressa al tavolo--e, tremando, vi getta
Una manata d'oro.
--Poi si ferma ed aspetta.
* * * * *
"Chi sei?" chiede il carnefice,
--Ella cade ai ginocchi
Di mastro Spaghi e dice--piangendo e alzando gli occhi:
--"Tutto quest'oro è tuo;--questo è quanto possiedo...
Guarda!"
L'altro rispose--balbettando: "Lo vedo!"
Ma sulla giovinetta--il suo sguardo cadea,
E la sua mano secca--a un altr'oro correa!
All'oro dei capelli,--che le scendean qual velo
Sulla fronte; e che gli occhi,--d'un azzurro di cielo,
Coprivan quasi.
"Dimmi,--dimmi dunque il tuo nome?"
Soggiunse mastro Spaghi,--ravviando le chiome
Alla bella fanciulla.--"Dimmi dunque, chi sei?"
* * * * *
--"Son orfana. Bambina--padre e madre perdei.
"Eppure per molt'anni--sono stata felice!
"Son bella; ho il sangue ardente;--faccio la meretrice.
"Gli uomini li sopporto--se son vecchi o cattivi;
"Cerco i baci di quelli--che son belli e giulivi.
"Non ho fatto mai male--a nessuno! Giammai
"(Pria per nulla, per poco--poscia) il piacer negai.
"Eppur tutti, cercando--i miei vezzi procaci,
"M'insultano! Gli insulti--scordo coi nuovi baci!
"Amo le feste, i campi,--l'aria aperta ed i fiori,
"E il vin che rende immemori--e che infonde gli ardori!
"Le donne m'abborriscono!--Io rubo lor gli amanti!...
"E dovunque si balli,--e dovunque si canti,
"Il mio piede non manca,--non manca la mia gola!"
* * * * *
Mastro Spaghi esclamò:--"Povera figliuola!
* * * * *
--"Un dì venne a trovarmi--un bruno giovinetto,
"Bello; parlava sempre--con dolcezza ed affetto...
"Nicasio insomma! Tu--sai bene di chi parlo!
"Del condannato....
"Ah!... Diamine!--Ch'egli abbia nome Carlo
"O Nicasio," interruppe--mastro Spaghi, "giammai.
"A color ch'ho appiccato--il nome domandai!
"Che mi preme del nome--che porta un condannato!"
* * * * *
--"Anch'io feci lo stesso--con color che ho baciato!.....
"Ma a Nicasio l'ho chiesto!--Mai non seppi spiegarmi:
Il perchè glielo chiesi!--Ei diceva d'amarmi...
Mi piaceva. Era bello!
--Ma poi ne fui noiata....
"Era povero!...
Eppure--egli non m'ha insultata
"Quando gliel dissi!
Pianse;--mi baciò il volto e il seno,
"Quasi per ridestarvi--l'amore, e disse: _Almeno_
"_Non odiarmi!_..."
Venia--ogni giorno, recando
"Cibi e fiaschi di vino.
--Io ridevo trincando;
"Ed ei parea tornare--dalla morte alla vita
"Vedendomi gioconda.
--Un dì esclamai: "_Squisita_
"_Dev'essere una lepre--col vin di Mercatello!_"
Ei rispose: "_Domani--porterò questo e quello_."
"_Baje!_..." dissi ridendo,--"_Tu una lepre?... Non sai
"Che soltanto d'Urbania--col Signor ne mangiai?
"Tu portarmi una lepre?--Tu pezzente e meschino?_
--L'indomani egli venne--colla lepre e col vino!..
"Ah!... Io sono un'infame!--Egli aveva rubato!...
"Gli intendenti del Duca--l'han preso e condannato!"
XI.
Ella si coprì il viso--con entrambe le mani.
* * * * *
La campagna avea un'eco--di gemiti lontani.
Le foglie che stormivano--di fuori, nell'ortaglia,
Parevano il fruscio--d'un abito a gramaglia.
La lampada moriva.
--Mastro Spaghi avea detto
Ravvivandola: "È triste!--Povero giovanotto!"
E nell'olio una lagrima--al boia era caduta.
* * * * *
La fiamma scoppiettando--la stilla avea bevuta.
XII.
La fanciulla riprese:
--"Io l'amo! Io l'amo! Io l'amo!
"Io morrò s'egli muore!--Egli, povero e gramo,
"Mi pagò più di tutti!--Ei d'amor mi ha arricchita!
"Gli altri mi dan dell'oro!--Egli mi diè la vita!
"Io lo voglio!... Dovessi--dar fuoco alla borgata!
"Io pretendo di vivere--perchè mi sento amata!
"Perchè voglio adorarlo,--e coprirlo di baci!
"Lo comprendi, o carnefice?--Tu mi guardi? Tu taci?"
* * * * *
Ella facea paura.
--Agitava le braccia,
E diceva: "_Lo voglio!_"--con aria di minaccia.
Correva per la stanza.--Abbrancava le grate
Dell'usciuolo del carcere--con mani forsennate,
Gridando: "Spingi! Aiutami!--Aiutami, amor mio!"
* * * * *
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