Orlando Furioso
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17
Vide il periglio il Biscaglino, e a quello
usò un rimedio che fallir suol spesso:
ebbe ricorso subito al battello;
calossi, e me calar fece con esso.
Sceser dui altri, e ne scendea un drappello,
se i primi scesi l'avesser concesso;
ma con le spade li tenner discosto,
tagliar la fune, e ci allargammo tosto.
18
Fummo gittati a salvamento al lito
noi che nel palischermo eramo scesi;
periron gli altri col legno sdrucito;
in preda al mare andar tutti gli arnesi.
All'eterna Bontade, all'infinito
Amor, rendendo grazie, le man stesi,
che non m'avessi dal furor marino
lasciato tor di riveder Zerbino.
19
Come ch'io avessi sopra il legno e vesti
lasciato e gioie e l'altre cose care,
pur che la speme di Zerbin mi resti,
contenta son che s'abbi il resto il mare.
Non sono, ove scendemo, i liti pesti
d'alcun sentier, né intorno albergo appare;
ma solo il monte, al qual mai sempre fiede
l'ombroso capo il vento, e 'l mare il piede.
20
Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre
d'ogni promessa sua fu disleale,
e sempre guarda come involva e stempre
ogni nostro disegno razionale,
mutò con triste e disoneste tempre
mio conforto in dolor, mio bene in male;
che quell'amico, in chi Zerbin si crede,
di desire arse, ed agghiacciò di fede.
21
O che m'avesse in mar bramata ancora,
né fosse stato a dimostrarlo ardito,
o cominciassi il desiderio allora
che l'agio v'ebbe dal solingo lito;
disegnò quivi senza più dimora
condurre a fin l'ingordo suo appetito;
ma prima da sé torre un de li dui
che nel battel campati eran con nui.
22
Quell'era omo di Scozia, Almonio detto,
che mostrava a Zerbin portar gran fede;
e commendato per guerrier perfetto
da lui fu, quando ad Odorico il diede.
Disse a costui, che biasmo era e difetto,
se mi traeano alla Rocella a piede;
e lo pregò ch'inanti volesse ire
a farmi incontra alcun ronzin venire.
23
Almonio, che di ciò nulla temea,
immantinente inanzi il camin piglia
alla città che 'l bosco ci ascondea,
e non era lontana oltra sei miglia.
Odorico scoprir sua voglia rea
all'altro finalmente si consiglia;
sì perché tor non se lo sa d'appresso,
sì perché avea gran confidenza in esso.
24
Era Corebo di Bilbao nomato
quel di ch'io parlo, che con noi rimase;
che da fanciullo picciolo allevato
s'era con lui ne le medesme case.
Poter con lui communicar l'ingrato
pensiero il traditor si persuase,
sperando ch'ad amar saria più presto
il piacer de l'amico, che l'onesto.
25
Corebo, che gentile era e cortese,
non lo potè ascoltar senza gran sdegno:
lo chiamò traditore, e gli contese
con parole e con fatti il rio disegno.
Grande ira all'uno e all'altro il core accese,
e con le spade nude ne fer segno.
Al trar de' ferri, io fui da la paura
volta a fuggir per l'alta selva oscura.
26
Odorico, che maestro era di guerra,
in pochi colpi a tal vantaggio venne,
che per morto lasciò Corebo in terra,
e per le mie vestigie il camin tenne.
Prestògli Amor (se 'l mio creder non erra),
acciò potesse giungermi, le penne;
e gl'insegnò molte lusinghe e prieghi,
con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.
27
Ma tutto è indarno; che fermata e certa
più tosto era a morir, ch'a satisfarli.
Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta
ebbe e minacce, e non potean giovarli,
si ridusse alla forza a faccia aperta.
Nulla mi val che supplicando parli
de la fé ch'avea in lui Zerbino avuta,
e ch'io ne le sue man m'era creduta.
28
Poi che gittar mi vidi i prieghi invano,
né mi sperare altronde altro soccorso,
e che più sempre cupido e villano
a me venìa, come famelico orso;
io mi difesi con piedi e con mano,
ed adopra'vi sin a l'ugne e il morso:
pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle,
con stridi che n'andavano alle stelle.
29
Non so se fosse caso, o li miei gridi
che si doveano udir lungi una lega,
o pur ch'usati sian correre ai lidi
quando navilio alcun si rompe o anniega;
sopra il monte una turba apparir vidi,
e questa al mare e verso noi si piega.
Come la vede il Biscaglin venire,
lascia l'impresa, e voltasi a fuggire.
30
Contra quel disleal mi fu adiutrice
questa turba, signor; ma a quella image
che sovente in proverbio il vulgo dice:
cader de la padella ne le brage.
Gli è ver ch'io non son stata sì infelice,
né le lor menti ancor tanto malvage,
ch'abbino violata mia persona:
non che sia in lor virtù, né cosa buona.
31
Ma perché se mi serban, come io sono,
vergine, speran vendermi più molto.
Finito è il mese ottavo e viene il nono,
che fu il mio vivo corpo qui sepolto.
Del mio Zerbino ogni speme abbandono;
che già, per quanto ho da lor detti accolto,
m'han promessa e venduta a un mercadante,
che portare al soldan mi de' in Levante. -
32
Così parlava la gentil donzella;
e spesso con signiozzi e con sospiri
interrompea l'angelica favella,
da muovere a pietade aspidi e tiri.
Mentre sua doglia così rinovella,
o forse disacerba i suoi martiri,
da venti uomini entrar ne la spelonca,
armati chi di spiedo e chi di ronca.
33
Il primo d'essi, uom di spietato viso,
ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco;
l'altro, d'un colpo che gli avea reciso
il naso e la mascella, è fatto cieco.
Costui vedendo il cavalliero assiso
con la vergine bella entro allo speco,
volto a' compagni, disse: - Ecco augel nuovo,
a cui non tesi, e ne la rete il truovo. -
34
Poi disse al conte: - Uomo non vidi mai
più commodo di te, né più opportuno.
Non so se ti se' apposto, o se lo sai
perché te l'abbia forse detto alcuno,
che sì bell'arme io desiava assai,
e questo tuo leggiadro abito bruno.
Venuto a tempo veramente sei,
per riparare agli bisogni miei. -
35
Sorrise amaramente, in piè salito,
Orlando, e fe' risposta al mascalzone:
- Io ti venderò l'arme ad un partito
che non ha mercadante in sua ragione. -
Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito
pien di fuoco e di fumo uno stizzone,
trasse, e percosse il malandrino a caso,
dove confina con le ciglia il naso.
36
Lo stizzone ambe le palpebre colse,
ma maggior danno fe' ne la sinistra;
che quella parte misera gli tolse,
che de la luce sola, era ministra.
Né d'acciecarlo contentar si volse
il colpo fier, s'ancor non lo registra
tra quelli spirti che con suoi compagni
fa star Chiron dentro ai bollenti stagni.
37
Ne la spelonca una gran mensa siede
grossa duo palmi, e spaziosa in quadro,
che sopra un mal pulito e grosso piede,
cape con tutta la famiglia il ladro.
Con quell'agevolezza che si vede
gittar la canna lo Spagnuol leggiadro,
Orlando il grave desco da sé scaglia
dove ristretta insieme è la canaglia.
38
A chi'l petto, a chi'l ventre, a chi la testa,
a chi rompe le gambe, a chi le braccia;
di ch'altri muore, altri storpiato resta:
chi meno è offeso, di fuggir procaccia.
Così talvolta un grave sasso pesta
e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia,
gittato sopra un gran drapel di biscie,
che dopo il verno al sol si goda e liscie.
39
Nascono casi, e non saprei dir quanti:
una muore, una parte senza coda,
un'altra non si può muover davanti,
e 'l deretano indarno aggira e snoda;
un'altra, ch'ebbe più propizi i santi,
striscia fra l'erbe, e va serpendo a proda.
Il colpo orribil fu, ma non mirando,
poi che lo fece il valoroso Orlando.
40
Quei che la mensa o nulla o poco offese
(e Turpin scrive a punto che fur sette),
ai piedi raccomandan sue difese:
ma ne l'uscita il paladin si mette;
e poi che presi gli ha senza contese,
le man lor lega con la fune istrette,
con una fune al suo bisogno destra,
che ritrovò ne la casa silvestra.
41
Poi li trascina fuor de la spelonca,
dove facea grande ombra un vecchio sorbo.
Orlando con la spada i rami tronca,
e quelli attacca per vivanda al corbo.
Non bisognò catena in capo adonca;
che per purgare il mondo di quel morbo,
l'arbor medesmo gli uncini prestolli,
con che pel mento Orlando ivi attaccolli.
42
La donna vecchia, amica a' malandrini,
poi che restar tutti li vide estinti,
fuggì piangendo e con le mani ai crini,
per selve e boscherecci labirinti.
Dopo aspri e malagevoli camini,
a gravi passi e dal timor sospinti,
in ripa un fiume in un guerrier scontrosse;
ma diferisco a ricontar chi fosse:
43
e torno all'altra, che si raccomanda
al paladin che non la lasci sola;
e dice di seguirlo in ogni banda.
Cortesemente Orlando la consola;
e quindi, poi ch'uscì con la ghirlanda
di rose adorna e di purpurea stola
la bianca Aurora al solito camino,
partì con Isabella il paladino.
44
Senza trovar cosa che degna sia
d'istoria, molti giorni insieme andaro;
e finalmente un cavallier per via,
che prigione era tratto, riscontraro.
chi fosse, dirò poi; ch'or me ne svia
tal, di chi udir non vi sarà men caro:
la figliuola d'Amon, la qual lasciai
languida dianzi in amorosi guai.
45
La bella donna, disiando invano
ch'a lei facesse il suo Ruggier ritorno,
stava a Marsilia, ove allo stuol pagano
dava da travagliar quasi ogni giorno;
il qual scorrea, rubando in monte e in piano,
per Linguadoca e per Provenza intorno:
ed ella ben facea l'ufficio vero
di savio duca e d'ottimo guerriero.
46
Standosi quivi, e di gran spazio essendo
passato il tempo che tornare a lei
il suo Ruggier dovea, né lo vedendo,
vivea in timor di mille casi rei.
Un dì fra gli altri, che di ciò piangendo
stava solinga, le arrivò colei
che portò ne l'annel la medicina
che sanò il cor ch'avea ferito Alcina.
47
Come a sé ritornar senza il suo amante,
dopo si lungo termine, la vede,
resta pallida e smorta, e sì tremante,
che non ha forza di tenersi in piede:
ma la maga gentil le va davante
ridendo, poi che del timor s'avede;
e con viso giocondo la conforta,
qual aver suol chi buone nuove apporta.
48
- Non temer (disse) di Ruggier, donzella,
ch'è vivo e sano, e come suol, t'adora;
ma non è già in sua libertà; che quella
pur gli ha levata il tuo nemico ancora:
ed è bisogno che tu monti in sella,
se brami averlo, e che mi segui or ora;
che se mi segui, io t'aprirò la via
donde per te Ruggier libero fia. -
49
E seguitò, narrandole di quello
magico error che gli avea ordito Atlante:
che simulando d'essa il viso bello,
che captiva parea del rio gigante,
tratto l'avea ne l'incantato ostello,
dove sparito poi gli era davante;
e come tarda con simile inganno
le donne e i cavallier che di là vanno.
50
A tutti par, l'incantator mirando,
mirar quel che per sé brama ciascuno,
donna, scudier, compagno, amico; quando
il desiderio uman non è tutto uno.
Quindi il palagio van tutti cercando
con lungo affanno, senza frutto alcuno;
e tanta è la speranza e il gran disire
del ritrovar, che non ne san partire.
51
Come tu giungi (disse) in quella parte
che giace presso all'incantata stanza,
verrà l'incantatore a ritrovarte,
che terrà di Ruggiero ogni sembianza;
e ti farà parer con sua mal'arte,
ch'ivi lo vinca alcun di più possanza,
acciò che tu per aiutarlo vada
dove con gli altri poi ti tenga a bada.
52
Acciò l'inganni, in che son tanti e tanti
caduti, non ti colgan, sie avertita,
che se ben di Ruggier viso e sembianti
ti parrà di veder, che chieggia aita,
non gli dar fede tu; ma, come avanti
ti vien, fagli lasciar l'indegna vita:
né dubitar perciò che Ruggier muoia,
ma ben colui che ti dà tanta noia.
53
Ti parrà duro assai, ben lo conosco,
uccidere un che sembri il tuo Ruggiero:
pur non dar fede all'occhio tuo, che losco
farà l'incanto, e celeragli il vero.
Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco,
sì che poi non si cangi il tuo pensiero;
che sempre di Ruggier rimarrai priva,
se lasci per viltà che 'l mago viva. -
54
La valorosa giovane, con questa
intenzion che 'l fraudolente uccida,
a pigliar l'arme ed a seguire è presta
Melissa; che sa ben quanto l'è fida.
Quella, or per terren culto, or per foresta,
a gran giornate e in gran fretta la guida,
cercando alleviarle tuttavia
con parlar grato la noiosa via.
55
E più di tutti i bei ragionamenti,
spesso le ripetea ch'uscir di lei
e di Ruggier doveano gli eccellenti
principi e gloriosi semidei.
Come a Melissa fossino presenti
tutti i secreti degli eterni dei,
tutte le cose ella sapea predire,
ch'avean per molti seculi a venire.
56
- Deh, come, o prudentissima mia scorta
(dicea a la maga l'inclita donzella),
molti anni prima tu m'hai fatta accorta
di tanta mia viril progenie bella;
così d'alcuna donna mi conforta,
che di mia stirpe sia, s'alcuna in quella
metter si può tra belle e virtuose. -
E la cortese maga le rispose:
57
- Da te uscir veggio le pudiche donne,
madri d'imperatori e di gran regi,
reparatrici e solide colonne
di case illustri e di domìni egregi;
che men degne non son ne le lor gonne,
ch'in arme i cavallier, di sommi pregi,
di pietà, di gran cor, di gran prudenza,
di somma e incomparabil continenza.
58
E s'io avrò da narrarti di ciascuna
che ne la stirpe tua sia d'onor degna,
troppo sarà; ch'io non ne veggio alcuna
che passar con silenzio mi convegna.
Ma ti farò, tra mille, scelta d'una
o di due coppie, acciò ch'a fin ne vegna.
Ne la spelonca perché nol dicesti?
che l'imagini ancor vedute avresti.
59
De la tua chiara stirpe uscirà quella
d'opere illustri e di bei studi amica,
ch'io non so ben se più leggiadra e bella
mi debba dire, o più saggia e pudica,
liberale e magnanima Isabella,
che del bel lume suo dì e notte aprica
farà la terra che sul Menzo siede,
a cui la madre d'Ocno il nome diede:
60
dove onorato e splendido certame
avrà col suo dignissimo consorte,
chi di lor più le virtù prezzi ed ame,
e chi meglio apra a cortesia le porte.
S'un narrerà ch'al Taro e nel Reame
fu a liberar da' Galli Italia forte;
l'altra dirà: - Sol perché casta visse
Penelope, non fu minor d'Ulisse. -
61
Gran cose e molte in brevi detti accolgo
di questa donna e più dietro ne lasso,
che in quelli dì ch'io mi levai dal volgo,
mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso.
E s'in questo gran mar la vela sciolgo,
di lunga Tifi in navigar trapasso.
Conchiudo in somma, ch'ella avrà, per dono,
de la virtù e del ciel, ciò ch'è di buono.
62
Seco avrà la sorella Beatrice,
a cui si converrà tal nome a punto:
ch'essa non sol del ben che qua giù lice,
per quel che viverà, toccherà il punto;
ma avrà forza di far seco felice,
fra tutti i ricchi duci, il suo congiunto,
il qual, come ella poi lascerà il mondo,
così de l'infelici andrà nel fondo.
63
E Moro e Sforza e Viscontei colubri,
lei viva, formidabili saranno
da l'iperboree nievi ai lidi rubri,
da l'Indo ai monti ch'al tuo mar via danno:
lei morta, andran col regno degl'Insubri,
e con grave di tutta Italia danno,
in servitute; e fia stimata, senza
costei, ventura la somma prudenza.
64
Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome
medesmo, e nasceran molt'anni prima:
di ch'una s'ornerà le sacre chiome
de la corona di Pannonia opima;
un'altra, poi che le terrene some
lasciate avrà, fia ne l'ausonio clima
collocata nel numer de le dive,
ed avrà incensi e imagini votive.
65
De l'altre tacerò; che, come ho detto,
lungo sarebbe a ragionar di tante;
ben che per sé ciascuna abbia suggetto
degno, ch'eroica e chiara tuba cante.
Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto,
e le Costanze e l'altre, che di quante
splendide case Italia reggeranno,
reparatrici e madri ad esser hanno.
66
Più ch'altre fosser mai, le tue famiglie
saran ne le lor donne aventurose;
non dico in quella più de le lor figlie,
che ne l'alta onestà de le lor spose.
E acciò da te notizia anco si piglie
di questa parte che Merlin mi espose,
forse perch'io 'l dovessi a te ridire,
ho di parlarne non poco desire.
67
E dirò prima di Ricciarda, degno
esempio di fortezza e d'onestade:
vedova rimarrà, giovane, a sdegno
di Fortuna; il che spesso ai buoni accade.
I figli, privi del paterno regno,
esuli andar vedrà in strane contrade,
fanciulli in man degli aversari loro;
ma infine avrà il suo male amplo ristoro.
68
De l'alta stirpe d'Aragone antica
non tacerò la splendida regina,
di cui né saggia sì, né sì pudica
veggio istoria lodar greca o latina,
né a cui Fortuna più si mostri amica:
poi che sarà da la Bontà divina
elletta madre a parturir la bella
progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella.
69
Costei sarà la saggia Leonora,
che nel tuo felice arbore s'inesta.
Che ti dirò de la seconda nuora,
succeditrice prossima di questa?
Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora
le beltà, la virtù, la fama onesta
e la fortuna crescerà, non meno
che giovin pianta in morbido terreno.
70
Qual lo stagno all'argento, il rame all'oro,
il campestre papavero alla rosa,
pallido salce al sempre verde alloro,
dipinto vetro a gemma preziosa;
tal a costei, ch'ancor non nata onoro,
sarà ciascuna insino a qui famosa
di singular beltà, di gran prudenza,
e d'ogni altra lodevole eccellenza.
71
E sopra tutti gli altri incliti pregi
che le saranno e a viva e a morta dati,
si loderà che di costumi regi
Ercole e gli altri figli avrà dotati,
e dato gran principio ai ricchi fregi
di che poi s'orneranno in toga e armati;
perché l'odor non se ne va sì in fretta,
ch'in nuovo vaso, o buono o rio, si metta.
72
Non voglio ch'in silenzio anco Renata
di Francia, nuora di costei, rimagna,
di Luigi il duodecimo re nata,
e de l'eterna gloria di Bretagna.
Ogni virtù ch'in donna mai sia stata,
di poi che 'l fuoco scalda e l'acqua bagna,
e gira intorno il cielo, insieme tutta
per Renata adornar veggio ridutta.
73
Lungo sarà che d'Alda di Sansogna
narri, o de la contessa di Celano,
o di Bianca Maria di Catalogna,
o de la figlia del re sicigliano,
o de la bella Lippa da Bologna,
e d'altre; che s'io vo' di mano in mano
venirtene dicendo le gran lode,
entro in un alto mar che non ha prode. -
74
Poi che le raccontò la maggior parte
de la futura stirpe a suo grand'agio,
più volte e più le replicò de l'arte
ch'avea tratto Ruggier dentro al palagio.
Melissa si fermò, poi che fu in parte
vicina al luogo del vecchio malvagio;
e non le parve di venir più inante,
acciò veduta non fosse da Atlante.
75
E la donzella di nuovo consiglia
di quel che mille volte ormai l'ha detto.
La lascia sola; e quella oltre a dua miglia
non cavalcò per un sentiero istretto,
che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia;
e dui giganti di crudele aspetto
intorno avea, che lo stringean sì forte,
ch'era vicino esser condotto a morte.
76
Come la donna in tal periglio vede
colui che di Ruggiero ha tutti i segni,
subito cangia in sospizion la fede,
subito oblia tutti i suoi bei disegni.
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede,
per nuova ingiuria e non intesi sdegni,
e cerchi far con disusata trama
che sia morto da lei che così l'ama.
77
Seco dicea: - Non è Ruggier costui,
che col cor sempre, ed or con gli occhi veggio?
e s'or non veggio e non conosco lui,
che mai veder o mai conoscer deggio?
perché voglio io de la credenza altrui
che la veduta mia giudichi peggio?
Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso
può il cor sentir se gli è lontano o appresso. -
78
Mentre che così pensa, ode la voce
che le par di Ruggier, chieder soccorso;
e vede quello a un tempo, che veloce
sprona il cavallo e gli ralenta il morso,
e l'un nemico e l'altro suo feroce,
che lo segue e lo caccia a tutto corso.
Di lor seguir la donna non rimase,
che si condusse all'incantate case.
79
De le quai non più tosto entrò le porte,
che fu sommersa nel commune errore.
Lo cercò tutto per vie dritte e torte
invan di su e di giù, dentro e di fuore;
né cessa notte o dì, tanto era forte
l'incanto: e fatto avea l'incantatore,
che Ruggier vede sempre e gli favella,
né Ruggier lei, né lui riconosce ella.
80
Ma lasciàn Bradamante, e non v'incresca
udir che così resti in quello incanto;
che quando sarà il tempo ch'ella n'esca,
la farò uscire, e Ruggiero altretanto.
Come raccende il gusto il mutar esca,
così mi par che la mia istoria, quanto
or qua or là più variata sia,
meno a chi l'udirà noiosa fia.
81
Di molte fila esser bisogno parme
a condur la gran tela ch'io lavoro.
E però non vi spiaccia d'ascoltarme,
come fuor de le stanze il popul Moro
davanti al re Agramante ha preso l'arme,
che, molto minacciando ai Gigli d'oro,
lo fa assembrare ad una mostra nuova,
per saper quanta gente si ritruova.
82
Perch'oltre i cavallieri, oltre i pedoni
ch'al numero sottratti erano in copia,
mancavan capitani, e pur de' buoni,
e di Spagna e di Libia e d'Etiopia,
e le diverse squadre e le nazioni
givano errando senza guida propia;
per dare e capo ed ordine a ciascuna,
tutto il campo alla mostra si raguna.
83
In supplimento de le turbe uccise
ne le battaglie e ne' fieri conflitti,
l'un signore in Ispagna, e l'altro mise
in Africa, ove molti n'eran scritti;
e tutti alli lor ordini divise,
e sotto i duci lor gli ebbe diritti.
Differirò, Signor, con grazia vostra,
ne l'altro canto l'ordine e la mostra.
CANTO QUATTORDICESIMO
1
Nei molti assalti e nei crudel conflitti,
ch'avuti avea con Francia, Africa e Spagna,
morti erano infiniti, e derelitti
al lupo, al corvo, all'aquila griffagna;
e ben che i Franchi fossero più afflitti,
che tutta avean perduta la campagna;
più si doleano i Saracin, per molti
principi e gran baron ch'eran lor tolti.
2
Ebbon vittorie così sanguinose,
che lor poco avanzò di che allegrarsi.
E se alle antique le moderne cose,
invitto Alfonso, denno assimigliarsi;
la gran vittoria, onde alle virtuose
opere vostre può la gloria darsi,
di ch'aver sempre lacrimose ciglia
Ravenna debbe, a queste s'assimiglia:
3
quando cedendo Morini e Picardi,
l'esercito normando e l'aquitano,
voi nel mezzo assaliste gli stendardi
del quasi vincitor nimico ispano,
seguendo voi quei gioveni gagliardi,
che meritar con valorosa mano
quel dì da voi, per onorati doni,
l'else indorate e gl'indorati sproni.
4
Con sì animosi petti che vi foro
vicini o poco lungi al gran periglio,
crollaste sì le ricche Giande d'oro,
sì rompeste il baston giallo e vermiglio,
ch'a voi si deve il trionfale alloro,
che non fu guasto né sfiorato il Giglio.
D'un'altra fronde v'orna anco la chioma
l'aver serbato il suo Fabrizio a Roma.
5
La gran Colonna del nome romano,
che voi prendeste, e che servaste intera,
vi dà più onor che se di vostra mano
fosse caduta la milizia fiera,
quanta n'ingrassa il campo ravegnano,
e quanta se n'andò senza bandiera
d'Aragon, di Castiglia e di Navarra,
veduto non giovar spiedi né carra.
6
Quella vittoria fu più di conforto,
che d'allegrezza; perché troppo pesa
contra la gioia nostra il veder morto
il capitan di Francia e de l'impresa;
e seco avere una procella absorto
tanti principi illustri, ch'a difesa
dei regni lor, dei lor confederati,
di qua da le fredd'Alpi eran passati.
7
Nostra salute, nostra vita in questa
vittoria suscitata si conosce,
che difende che 'l verno e la tempesta
di Giove irato sopra noi non crosce:
ma né goder potiam, né farne festa,
sentendo i gran ramarichi e l'angosce,
ch'in veste bruna e lacrimosa guancia
le vedovelle fan per tutta Francia.
8
Bisogna che proveggia il re Luigi
di nuovi capitani alle sue squadre,
che per onor de l'aurea Fiordaligi
castighino le man rapaci e ladre,
che suore, e frati e bianchi e neri e bigi
violato hanno, e sposa e figlia e madre;
gittato in terra Cristo in sacramento,
per torgli un tabernaculo d'argento.
9
O misera Ravenna, t'era meglio
ch'al vincitor non fêssi resistenza;
far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio,
che tu lo fossi a Arimino e a Faenza.
Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio,
ch'insegni a questi tuoi più continenza,
e conti lor quanti per simil torti
stati ne sian per tutta Italia morti.
10
Come di capitani bisogna ora
che 'l re di Francia al campo suo proveggia,
così Marsilio ed Agramante allora,
per dar buon reggimento alla sua greggia,
dai lochi dove il verno fe' dimora,
vuol ch'in campagna all'ordine si veggia;
perché vedendo ove bisogno sia,
guida e governo ad ogni schiera dia.
11
Marsilio prima, e poi fece Agramante
passar la gente sua schiera per schiera.
I Catalani a tutti gli altri inante
di Dorifebo van con la bandiera.
Dopo vien, senza il suo re Folvirante,
che per man di Rinaldo già morto era,
la gente di Navarra; e lo re ispano
halle dato Isolier per capitano.
12
Balugante del popul di Leone,
Grandonio cura degli Algarbi piglia;
il fratel di Marsilio, Falsirone,
ha seco armata la minor Castiglia.
Seguon di Madarasso il gonfalone
quei che lasciato han Malaga e Siviglia,
dal mar di Gade a Cordova feconda
le verdi ripe ovunque il Beti inonda.
13
Stordilano e Tesira e Baricondo,
l'un dopo l'altro, mostra la sua gente:
Granata al primo, Ulisbona al secondo,
e Maiorica al terzo è ubidiente.
Fu d'Ulisbona re (tolto dal mondo
Larbin) Tesira, di Larbin parente.
Poi vien Galizia, che sua guida, in vece
di Maricoldo, Serpentino fece.
14
Quei di Tolledo e quei di Calatrava,
di ch'ebbe Sinagon già la bandiera,
con tutta quella gente che si lava
in Guadiana e bee de la riviera,
l'audace Matalista governava;
Bianzardin quei d'Asturga in una schiera
con quei di Salamanca e di Piagenza,
d'Avila, di Zamora e di Palenza.
15
Di quei di Saragosa e de la corte
del re Marsilio ha Ferraù il governo:
tutta la gente è ben armata e forte.
In questi è Malgarino, Balinverno,
Malzarise e Morgante, ch'una sorte
avea fatto abitar paese esterno;
che, poi che i regni lor lor furon tolti,
gli avea Marsilio in corte sua raccolti.
16
In questa è di Marsilio il gran bastardo,
Follicon d'Almeria, con Doriconte,
Bavarte e Largalifa ed Analardo,
ed Archidante il sagontino conte,
e Lamirante e Langhiran gagliardo,
e Malagur ch'avea l'astuzie pronte,
ed altri ed altri, di quai penso, dove
tempo sarà, di far veder le pruove.
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