Orlando Furioso
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Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
ma tal salute ho più che morte a schivo.
S'io vi vo, al peggio che potrà incontrarmi,
fra molti resterò di vita privo;
ma quando Dio così mi drizzi l'armi,
che colui morto, ed io rimanga vivo,
sicura a mille renderò la via:
sì che l'util maggior che 'l danno fia.
48
Metto all'incontro la morte d'un solo
alla salute di gente infinita. -
- Vattene in pace (rispose), figliuolo;
Dio mandi in difension de la tua vita
l'arcangelo Michel dal sommo polo: -
e benedillo il semplice eremita.
Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
sperando più nel suon che ne la spada.
49
Giace tra l'alto fiume e la palude
picciol sentier nell'arenosa riva:
la solitaria casa lo richiude,
d'umanitade e di commercio priva.
Son fisse intorno teste e membra nude
de l'infelice gente che v'arriva.
Non v'è finestra, non v'è merlo alcuno,
onde penderne almen non si veggia uno.
50
Qual ne le alpine ville o ne' castelli
suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
su le porte attaccar l'irsute pelli,
l'orride zampe e i grossi capi d'orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior virtù gli erano occorsi.
D'altri infiniti sparse appaion l'ossa;
ed è di sangue uman piena ogni fossa.
51
Stassi Caligorante in su la porta;
che così ha nome il dispietato mostro
ch'orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol di panni d'oro o d'ostro.
Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan se gli è dimostro;
ch'eran duo mesi, e il terzo ne venìa,
che non fu cavallier per quella via.
52
Vêr la palude, ch'era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscir al paladin dietro alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.
53
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa l'usato effetto:
nel cor fere il gigante che l'ascolta,
di tal timor, ch'a dietro i passi volta.
54
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, né vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta è la tema, che non sa far strada,
che ne li propri aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto l'annoda, e lo distende in terra.
55
Astolfo, ch'andar giù vede il gran peso,
già sicuro per sé, v'accorre in fretta;
e con la spada in man, d'arcion disceso,
va per far di mill'anime vendetta.
Poi gli par che s'uccide un che sia preso,
viltà, più che virtù, ne sarà detta;
che legate le braccia, i piedi e il collo
gli vede sì, che non può dare un crollo.
56
Avea la rete già fatta Vulcano
di sottil fil d'acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la più debol parte;
ed era quella che già piedi e mano
avea legate a Venere ed a Marte.
La fe' il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.
57
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per l'aria vola
dietro all'Aurora, all'apparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e viole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un dì la prese.
58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nei tempio d'Anubide a Canopo
la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di là, dove era sacra, la rimosse:
se ne portò la rete il ladrone empio,
ed arse la cittade, e rubò il tempio.
59
Quivi adattolla in modo in su l'arena,
che tutti quei ch'avean da lui la caccia
vi davan dentro; ed era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa levò Astolfo una catena,
e le man dietro a quel fellon n'allaccia;
le braccia e 'l petto in guisa gli ne fascia,
che non può sciorsi: indi levar lo lascia,
60
dagli altri nodi avendol sciolto prima,
ch'era tornato uman più che donzella.
Di trarlo seco e di mostrarlo stima
per ville, per cittadi e per castella.
Vuol la rete anco aver, di che né lima
né martel fece mai cosa più bella:
ne fa somier colui ch'alla catena
con pompa trionfal dietro si mena.
61
L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
come a valletto, e seguitò il camino,
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
ch'ir possa ormai sicuro il peregrino.
Astolfo se ne va tanto, che vede
ch'ai sepolcri di Memfi è già vicino,
Memfi per le piramidi famoso:
vede all'incontro il Cairo populoso.
62
Tutto il popul correndo si traea
per vedere il gigante smisurato.
- Come è possibil (l'un l'altro dicea)
che quel piccolo il grande abbia legato? -
Astolfo a pena inanzi andar potea,
tanto la calca il preme da ogni lato:
e come cavallier d'alto valore
ognun l'ammira, e gli fa grande onore.
63
Non era grande il Cairo così allora,
come se ne ragiona a nostra etade:
che 'l populo capir, che vi dimora,
non puon diciottomila gran contrade;
e che le case hanno tre palchi, e ancora
ne dormono infiniti in su le strade;
e che 'l soldano v'abita un castello
mirabil di grandezza, e ricco e bello;
64
e che quindicimila suoi vasalli,
che son cristiani rinegati tutti,
con mogli, con famiglie e con cavalli
ha sotto un tetto sol quivi ridutti.
Astolfo veder vuole ove s'avalli,
e quanto il Nilo entri nei salsi flutti
a Damiata; ch'avea quivi inteso,
qualunque passa restar morto o preso.
65
Però ch'in ripa al Nilo in su la foce
si ripara un ladron dentro una torre,
ch'a paesani e a peregrini nuoce,
e fin al Cairo, ognun rubando scorre.
Non gli può alcun resistere; ed ha voce
che l'uom gli cerca invan la vita torre:
centomila ferite egli ha già avuto,
né ucciderlo però mai s'è potuto.
66
Per veder se può far rompere il filo
alla Parca di lui, sì che non viva,
Astolfo viene a ritrovare Orrilo
(così avea nome), e a Damiata arriva;
ed indi passa ove entra in mare il Nilo,
e vede la gran torre in su la riva,
dove s'alberga l'anima incantata
che d'un folletto nacque e d'una fata.
67
Quivi ritruova che crudel battaglia
era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.
Orrilo è solo; e sì que' dui travaglia,
ch'a gran fatica gli puon far difesa:
e quando in arme l'uno e l'altro vaglia,
a tutto il mondo la fama palesa.
Questi erano i dui figli d'Oliviero,
Grifone il bianco ed Aquilante il nero.
68
Gli è ver che 'l negromante venuto era
alla battaglia con vantaggio grande;
che seco tratto in campo avea una fera,
la qual si truova solo in quelle bande:
vive sul lito e dentro alla rivera;
e i corpi umani son le sue vivande,
de le persone misere ed incaute
de viandanti e d'infelici naute.
69
La bestia ne l'arena appresso al porto
per man dei duo fratei morta giacea;
e per questo ad Orril non si fa torto,
s'a un tempo l'uno e l'altro gli nocea.
Più volte l'han smembrato e non mai morto,
né, per smembrarlo, uccider si potea;
che se tagliato o mano o gamba gli era,
la rapiccava, che parea di cera.
70
Or fin a' denti il capo gli divide
Grifone, or Aquilante fin al petto.
Egli dei colpi lor sempre si ride:
s'adiran essi, che non hanno effetto.
Chi mai d'alto cader l'argento vide,
che gli alchimisti hanno mercurio detto,
e sparger e raccor tutti i suo' membri,
sentendo di costui, se ne rimembri.
71
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
né cessa brancolar fin che lo truovi;
ed or pel crine ed or pel naso il prende,
lo salda al collo, e non so con che chiovi.
Piglial talor Grifone, e 'l braccio stende,
nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi;
che nuota Orrilo al fondo come un pesce,
e col suo capo salvo alla ripa esce.
72
Due belle donne onestamente ornate,
l'una vestita a bianco e l'altra a nero,
che de la pugna causa erano state,
stavano a riguardar l'assalto fiero.
Queste eran quelle due benigne fate
ch'avean notriti i figli d'Oliviero,
poi che li trasson teneri citelli
dai curvi artigli di duo grandi augelli,
73
che rapiti gli avevano a Gismonda,
e portati lontan dal suo paese.
Ma non bisogna in ciò ch'io mi diffonda,
ch'a tutto il mondo è l'istoria palese;
ben che l'autor nel padre si confonda,
ch'un per un altro (io non so come) prese.
Or la battaglia i duo gioveni fanno,
che le due donne ambi pregati n'hanno.
74
Era in quel clima già sparito il giorno,
all'isole ancor alto di Fortuna;
l'ombre avean tolto ogni vedere a torno
sotto l'incerta e mal compresa luna;
quando alla rocca Orril fece ritorno,
poi ch'alla bianca e alla sorella bruna
piacque di differir l'aspra battaglia
fin che 'l sol nuovo all'orizzonte saglia.
75
Astolfo, che Grifone ed Aquilante,
ed all'insegne e più al ferir gagliardo,
riconosciuto avea gran pezzo inante,
lor non fu altiero a salutar né tardo.
Essi vedendo che quel che 'l gigante
traea legato, era il baron dal pardo
(che così in corte era quel duca detto),
raccolser lui con non minore affetto.
76
Le donne a riposare i cavallieri
menaro a un lor palagio indi vicino.
Donzelle incontra vennero e scudieri
con torchi accesi, a mezzo del camino.
Diero a chi n'ebbe cura i lor destrieri,
trassonsi l'arme; e dentro un bel giardino
trovar ch'apparechiata era la cena
ad una fonte limpida ed amena.
77
Fan legare il gigante alla verdura
Con un'altra catena molto grossa
ad una quercia di molt'anni dura,
che non si romperà per una scossa;
e da dieci sergenti averne cura,
che la notte discior non se ne possa,
ed assalirli, e forse far lor danno,
mentre sicuri e senza guardia stanno.
78
All'abondante e sontuosa mensa,
dove il manco piacer fur le vivande,
del ragionar gran parte si dispensa
sopra d'Orrilo e del miracol grande,
che quasi par un sogno a chi vi pensa,
ch'or capo or braccio a terra se gli mande,
ed egli lo raccolga e lo raggiugna,
e più feroce ognor torni alla pugna.
79
Astolfo nel suo libro avea già letto
(quel ch'agl'incanti riparare insegna)
ch'ad Orril non trarrà l'alma del petto
fin ch'un crine fatal nel capo tegna;
ma, se lo svelle o tronca, fia costretto
che suo mal grado fuor l'alma ne vegna.
Questo ne dice il libro; ma non come
conosca il crine in così folte chiome.
80
Non men de la vittoria si godea,
che se n'avesse Astolfo già la palma;
come chi speme in pochi colpi avea
svellere il crine al negromante e l'alma.
Però di quella impresa promettea
tor su gli omeri suoi tutta la salma:
Orril farà morir, quando non spiaccia
ai duo fratei, ch'egli la pugna faccia.
81
Ma quei gli danno volentier l'impresa,
certi che debbia affaticarsi invano.
Era già l'altra aurora in cielo ascesa,
quando calò dai muri Orrilo al piano.
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
la mazza l'un, l'altro ha la spada in mano.
Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
che lo spirto gli sciolga da la carne.
82
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
or l'uno or l'altro braccio con la mano;
quando taglia a traverso la corazza,
e quando il va troncando a brano a brano:
ma ricogliendo sempre de la piazza
va le sue membra Orrilo, e si fa sano.
S'in cento pezzi ben l'avesse fatto,
redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.
83
Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento:
la testa e l'elmo dal capo gli tolse,
né fu d'Orrilo a dismontar più lento.
La sanguinosa chioma in man s'avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la portò correndo incontra 'l Nilo,
che riaver non la potesse Orrilo.
84
Quel sciocco, che del fatto non s'accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via torse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: - Aspetta, volta, volta! -
ma gli avea il duca già la bocca tolta.
85
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se 'l crine fatale
conoscer può, ch'Orril tiene immortale.
86
Fra tanti e innumerabili capelli,
un più de l'altro non si stende o torce:
qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
- Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: -
né si trovando aver rasoi né force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che taglia sì, che si può dir che rada.
87
E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostrò all'occaso,
per manifesti segni, esser condutto;
e 'l busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e diè l'ultimo crollo.
88
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
lasciato avea, tornò col capo in mano,
che tutti avea di morte i segni veri,
e mostrò il tronco ove giacea lontano.
Non so ben se lo vider volentieri,
ancor che gli mostrasser viso umano;
che la intercetta lor vittoria forse
d'invidia ai duo germani il petto morse.
89
Né che tal fin quella battuglia avesse,
credo più fosse alle due donne grato.
Queste, perché più in lungo si traesse
de' duo fratelli il doloroso fato
ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse,
con loro Orrilo avean quivi azzuffato,
con speme di tenerli tanto a bada,
che la trista influenza se ne vada.
90
Tosto che 'l castellan di Damiata
certificossi ch'era morto Orrilo,
la columba lasciò, ch'avea legata
sotto l'ala la lettera col filo.
Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata
un'altra altrove, come quivi è stilo:
sì che in pochissime ore andò l'aviso
per tutto Egitto, ch'era Orrilo ucciso.
91
Il duca, come al fin trasse l'impresa,
confortò molto i nobili garzoni,
ben che da sé v'avean la voglia intesa,
né bisognavan stimuli né sproni,
che per difender de la santa Chiesa
e del romano Imperio le ragioni,
lasciasser le battaglie d'Oriente,
e cercassino onor ne la lor gente.
92
Così Grifone ed Aquilante tolse
ciascuno da la sua donna licenza;
le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse,
non vi seppon però far resistenza.
Con essi Astolfo a man destra si volse;
che si deliberar far riverenza
ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
prima che verso Francia si venisse.
93
Potuto avrian pigliar la via mancina,
ch'era più dilettevole e più piana,
e mai non si scostar da la marina;
ma per la destra andaro orrida e strana,
perché l'alta città di Palestina
per questa sei giornate è men lontana.
Acqua si truova ed erba in questa via:
di tutti gli altri ben v'è carestia.
94
Sì che prima ch'entrassero in viaggio,
ciò che lor bisognò, fecion raccorre,
e carcar sul gigante il carriaggio,
ch'avria portato in collo anco una torre.
Al finir del camino aspro e selvaggio,
da l'alto monte alla lor vista occorre
la santa terra, ove il superno Amore
lavò col proprio sangue il nostro errore.
95
Trovano in su l'entrar de la cittade
un giovene gentil, lor conoscente,
Sansonetto da Meca, oltre l'etade,
ch'era nel primo fior, molto prudente;
d'alta cavalleria, d'alta bontade
famoso, e riverito fra la gente.
Orlando lo converse a nostra fede,
e di sua man battesmo anco gli diede.
96
Quivi lo trovan che disegna a fronte
del calife d'Egitto una fortezza;
e circondar vuole il Calvario monte
di muro di duo miglia di lunghezza.
Da lui raccolti fur con quella fronte
che può d'interno amor dar più chiarezza,
e dentro accompagnati, e con grande agio
fatti alloggiar nel suo real palagio.
97
Avea in governo egli la terra, e in vece
di Carlo vi reggea l'imperio giusto.
Il duca Astolfo a costui dono fece
di quel sì grande e smisurato busto,
ch'a portar pesi gli varrà per diece
bestie da soma, tanto era robusto.
Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
la rete ch'in sua forza l'avea messo.
98
Sansonetto all'incontro al duca diede
per la spada una cinta ricca e bella;
e diede spron per l'uno e l'altro piede,
che d'oro avean la fibbia e la girella;
ch'esser del cavallier stati si crede,
che liberò dal drago la donzella:
al Zaffo avuti con molt'altro arnese
Sansonetto gli avea, quando lo prese.
99
Purgati de lor colpe a un monasterio
che dava di sé odor di buoni esempi,
de la passion di Cristo ogni misterio
contemplando n'andar per tutti i tempi
ch'or con eterno obbrobrio e vituperio
agli cristiani usurpano i Mori empi.
L'Europa è in arme, e di far guerra agogna
in ogni parte, fuor ch'ove bisogna.
100
Mentre avean quivi l'animo divoto,
a perdonanze e a cerimonie intenti,
un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
novelle gli arrecò gravi e pungenti,
dal suo primo disegno e lungo voto
troppo diverse e troppo differenti;
e quelle il petto gl'infiammaron tanto,
che gli scacciar l'orazion da canto.
101
Amava il cavallier, per sua sciagura,
una donna ch'avea nome Orrigille:
di più bel volto e di miglior statura
non se ne sceglierebbe una fra mille;
ma disleale e di sì rea natura,
che potresti cercar cittadi e ville,
la terra ferma e l'isole del mare,
né credo ch'una le trovassi pare.
102
Ne la città di Costantin lasciata
grave l'avea di febbre acuta e fiera.
Or quando rivederla alla tornata
più che mai bella, e di goderla spera,
ode il meschin, ch'in Antiochia andata
dietro un suo nuovo amante ella se n'era,
non le parendo ormai di più patire
ch'abbia in sì fresca età sola a dormire.
103
Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova,
sospirava Grifon notte e dì sempre.
Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova,
par ch'a costui più l'animo distempre:
pensilo ognun, ne li cui danni pruova
Amor, se li suoi strali han buone tempre.
Ed era grave sopra ogni martire,
che 'l mal ch'avea si vergognava a dire.
104
Questo, perché mille fiate inante
già ripreso l'avea di quello amore,
di lui più saggio, il fratello Aquilante,
e cercato colei trargli del core,
colei ch'al suo giudicio era di quante
femine rie si trovin la peggiore.
Grifon l'escusa, se 'l fratel la danna;
e le più volte il parer proprio inganna.
105
Però fece pensier, senza parlarne
con Aquilante, girsene soletto
sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne
colei che tratto il cor gli avea del petto;
trovar colui che gli l'ha tolta, e farne
vendetta tal, che ne sia sempre detto.
Dirò, come ad effetto il pensier messe,
nell'altro canto, e ciò che ne successe.
CANTO SEDICESIMO
1
Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n'ho la maggior parte,
e quelle in danno mio sì ben raccolte,
ch'io ne posso parlar come per arte.
Però s'io dico e s'ho detto altre volte,
e quando in voce e quando in vive carte,
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date credenza al mio giudicio vero.
2
Io dico e dissi, e dirò fin ch'io viva,
che chi si truova in degno laccio preso,
se ben di sé vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al suo desire acceso;
se bene Amor d'ogni mercede il priva,
poscia che 'l tempo e la fatica ha speso;
pur ch'altamente abbia locato il core,
pianger non de', se ben languisce e muore.
3
Pianger de' quel che già sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d'una bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
che poco puro abbia con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
né l'osa dire, e invan sanarsi agogna.
4
In questo caso è il giovene Grifone,
che non si può emendare, e il suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e senza fede;
pur dal mal uso è vinta la ragione,
e pur l'arbitrio all'appetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato è di cercar dove ella sia.
5
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch'uscì de la città secretamente,
né parlarne s'ardì col fratel, quando
ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via più piana e più corrente.
Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
indi verso Antiochia se ne gìa.
6
Scontrò presso a Damasco il cavalliero
a cui donato aveva Orrigille il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien l'erba col fiore;
che l'uno e l'altro era di cor leggiero,
perfido l'uno e l'altro e traditore;
e copria l'uno e l'altro il suo difetto,
con danno altrui, sotto cortese aspetto.
7
Come io vi dico, il cavallier venìa
s'un gran destrier con molta pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d'oro fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva allato;
come quel che volea con bella mostra
comparire in Damasco ad una giostra.
8
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli giorni,
era cagion di far quivi venire
i cavallier quanto potean più adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni:
sa che l'amante suo non è sì forte,
che contra lui l'abbia a campar da morte.
9
Ma sì come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura trema,
s'acconcia il viso, e sì la voce aita,
che non appar in lei segno di tema.
Col drudo avendo già l'astuzia ordita,
corre, e fingendo una letizia estrema,
verso Grifon l'aperte braccia tende,
lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.
10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavità de le parole,
dicea piangendo: - Signor mio, son questi
debiti premi a chi t'adora e cole?
che sola senza te già un anno resti,
e va per l'altro, e ancor non te ne duole?
E s'io stava aspettare il suo ritorno,
non so se mai veduto avrei quel giorno!
11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n'andasti alla gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu sì duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.
12
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d'aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch'io stimo sopra ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che più tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando. -
13
E seguitò la donna fraudolente,
di cui l'opere fur più che di volpe,
la sua querela così astutamente,
che riversò in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl'inganni,
che men verace par Luca e Giovanni.
14
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua più che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s'era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d'accarezzar non cessa il cavalliero.
15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
che là dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d'altra legge sia,
dentro e di fuori ha la città sicura
per tutto il tempo che la festa dura.
16
Non però son di seguitar sì intento
l'istoria de la perfida Orrigille,
ch'a' giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
ch'io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o più de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno e paura.
17
Io vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
né più riparo altrove il passo serra;
perché in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la guerra,
duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.
18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l'un stuolo e l'altro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove mercé abondante
si può acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non però fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perché ve ne restar morti parecchi,
ch'agli altri fur di folle audacia specchi.
19
Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici sparte.
Il grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la contraria parte.
Ma Carlo un poco ed Agramante aspette;
ch'io vo' cantar de l'africano Marte,
Rodomonte terribile ed orrendo,
che va per mezzo la città correndo.
20
Non so, Signor, se più vi ricordiate,
di questo Saracin tanto sicuro,
che morte le sue genti avea lasciate
tra il secondo riparo e 'l primo muro,
da la rapace fiamma devorate,
che non fu mai spettacolo più oscuro.
Dissi ch'entrò d'un salto ne la terra
sopra la fossa che la cinge e serra.
21
Quando fu noto il Saracino atroce
all'arme istrane, alla scagliosa pelle,
là dove i vecchi e 'l popul men feroce
tendean l'orecchie a tutte le novelle,
levossi un pianto, un grido, un'alta voce,
con un batter di man ch'andò alle stelle;
e chi poté fuggir non vi rimase,
per serrarsi ne' templi e ne le case.
22
Ma questo a pochi il brando rio conciede,
ch'intorno ruota il Saracin robusto.
Qui fa restar con mezza gamba un piede,
là fa un capo sbalzar lungi dal busto;
l'un tagliare a traverso se gli vede,
dal capo all'anche un altro fender giusto:
e di tanti ch'uccide, fere e caccia,
non se gli vede alcun segnare in faccia.
23
Quel che la tigre de l'armento imbelle
ne' campi ircani o là vicino al Gange,
o 'l lupo de le capre e de l'agnelle
nel monte che Tifeo sotto si frange;
quivi il crudel pagan facea di quelle
non dirò squadre, non dirò falange,
ma vulgo e populazzo voglio dire,
degno, prima che nasca, di morire.
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