Orlando Furioso
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15
Ho notizia d'un'erba, e l'ho veduta
venendo, e so dove trovarne appresso,
che bollita con elera e con ruta
ad un fuoco di legna di cipresso,
e fra mano innocenti indi premuta,
manda un liquor, che, chi si bagna d'esso
tre volte il corpo, in tal modo l'indura,
che dal ferro e dal fuoco l'assicura.
16
Io dico, se tre volte se n'immolla,
un mese invulnerabile si trova.
Oprar conviensi ogni mese l'ampolla;
che sua virtù più termine non giova.
Io so far l'acqua, ed oggi ancor farolla,
ed oggi ancor voi ne vedrete prova:
e vi può, s'io non fallo, esser più grata,
che d'aver tutta Europa oggi acquistata.
17
Da voi domando in guiderdon di questo,
che su la fede vostra mi giuriate
che né in detto né in opera molesto
mai più sarete alla mia castitate. -
Così dicendo, Rodomonte onesto
fe' ritornar; ch'in tanta voluntate
venne ch'inviolabil si facesse,
che più ch'ella non disse, le promesse:
18
e servaralle fin che vegga fatto
de la mirabil acqua esperienza;
e sforzerasse intanto a non fare atto,
a non far segno alcun di violenza.
Ma pensa poi di non tenere il patto,
perché non ha timor né riverenza
di Dio o di santi; e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede.
19
Ad Issabella il re d'Algier scongiuri
di non la molestar fe' più di mille,
pur ch'essa lavorar l'acqua procuri,
che far lo può qual fu già Cigno e Achille.
Ella per balze e per valloni oscuri
da le città lontana e da le ville
ricoglie di molte erbe; e il Saracino
non l'abandona, e l'è sempre vicino.
20
Poi ch'in più parti quant'era a bastanza
colson de l'erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alla lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l'avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l'opra e a tutti quei misteri
si trova ognor presente il re d'Algieri.
21
Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch'eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch'era rinchiuso in quello angusto speco,
tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo baril votar pieni di greco,
ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.
22
Non era Rodomonte usato al vino,
perché la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gustò, liquor divino
gli par, miglior che 'l nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch'andò spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.
23
La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell'erbe cosse;
e disse a Rodomonte: - Acciò che paia
che mie parole al vento non ho mosse,
quella che 'l ver da la bugia dispaia,
e che può dotte far le genti grosse,
te ne farò l'esperienza ancora,
non ne l'altrui, ma nel mio corpo or ora.
24
Io voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virtù pieno,
acciò tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.
Di questo bagnerommi da la cima
del capo giù pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada.-
25
Bagnossi, come disse, e lieta porse
all'incauto pagano il collo ignudo,
incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo né scudo.
Quel uom bestial le prestò fede, e scorse
sì con la mano e sì col ferro crudo,
che del bel capo, già d'Amore albergo,
fe' tronco rimanere il petto e il tergo.
26
Quel fe' tre balzi; e funne udita chiara
voce, ch'uscendo nominò Zerbino,
per cui seguire ella trovò sì rara
via di fuggir di man del Saracino.
Alma, ch'avesti più la fede cara,
e 'l nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,
27
vattene in pace, alma beata e bella!
Così i miei versi avesson forza, come
ben m'affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perché mille e mill'anni e più, novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
Vattene in pace alla superna sede,
e lascia all'altre esempio di tua fede.
28
All'atto incomparabile e stupendo,
dal cielo il Creator giù gli occhi volse,
e disse: - Più di quella ti commendo,
la cui morte a Tarquinio il regno tolse;
e per questo una legge fare intendo
tra quelle mie, che mai tempo non sciolse,
la qual per le inviolabil'acque giuro
che non muterà seculo futuro.
29
Per l'avvenir vo' che ciascuna ch'aggia
il nome tuo, sia di sublime ingegno,
e sia bella, gentil, cortese e saggia,
e di vera onestade arrivi al segno:
onde materia agli scrittori caggia
di celebrare il nome inclito e degno;
tal che Parnasso, Pindo ed Elicone
sempre Issabella, Issabella risuone. -
30
Dio così disse, e fe' serena intorno
l'aria, e tranquillo il mar più che mai fusse.
Fe' l'alma casta al terzo ciel ritorno,
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.
Rimase in terra con vergogna e scorno
quel fier senza pietà nuovo Breusse;
che poi che 'l troppo vino ebbe digesto,
biasmò il suo errore, e ne restò funesto.
31
Placare o in parte satisfar pensosse
a l'anima beata d'Issabella,
se, poi ch'a morte il corpo le percosse,
desse almen vita alla memoria d'ella.
Trovò per mezzo, acciò che così fosse,
di convertirle quella chiesa, quella
dove abitava e dove ella fu uccisa,
in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.
32
Di tutti i lochi intorno fa venire
mastri, chi per amore e chi per tema;
e fatto ben seimila uomini unire,
de' gravi sassi i vicin monti scema,
e ne fa una gran massa stabilire,
che da la cima era alla parte estrema
novanta braccia; e vi rinchiude dentro
la chiesa, che i duo amanti have nel centro.
33
Imita quasi la superba mole
che fe' Adriano all'onda tiberina.
Presso al sepolcro una torre alta vuole;
ch'abitarvi alcun tempo si destina.
Un ponte stretto e di due braccia sole
fece su l'acqua che correa vicina.
Lungo il ponte, ma largo era sì poco,
che dava a pena a duo cavalli loco;
34
a duo cavalli che venuti a paro,
o ch'insieme si fossero scontrati:
e non avea né sponda né riparo,
e si potea cader da tutti i lati.
Il passar quindi vuol che costi caro
a guerrieri o pagani o battezzati;
che de le spoglie lor mille trofei
promette al cimiterio di costei.
35
In dieci giorni e in manco fu perfetta
l'opra del ponticel che passa il fiume;
ma non fu già il sepolcro così in fretta,
né la torre condutta al suo cacume:
pur fu levata sì, ch'alla veletta
starvi in cima una guardia avea costume,
che d'ogni cavallier che venìa al ponte,
col corno facea segno a Rodomonte.
36
E quel s'armava, e se gli venìa a opporre
ora su l'una, ora su l'altra riva;
che se 'l guerrier venìa di vêr la torre,
su l'altra proda il re d' Algier veniva.
Il ponticello è il campo ove si corre;
e se 'l destrier poco del segno usciva,
cadea nel fiume, ch'alto era e profondo:
ugual periglio a quel non avea il mondo.
37
Aveasi imaginato il Saracino,
che, per gir spesso a rischio di cadere
dal ponticel nel fiume a capo chino,
dove gli converria molt'acqua bere,
del fallo a che l'indusse il troppo vino,
dovesse netto e mondo rimanere;
come l'acqua, non men che 'l vino, estingua
l'error che fa pel vino o mano o lingua.
38
Molti fra pochi dì vi capitaro:
alcuni la via dritta vi condusse,
ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro
altra non era che più trita fusse;
altri l'ardire, e, più che vita caro,
l'onore, a farvi di sé prova indusse.
E tutti, ove acquistar credean la palma,
lasciavan l'arme, e molti insieme l'alma.
39
Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani,
si contentava d'aver spoglie ed armi;
e di chi prima furo, i nomi piani
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi:
ma ritenea in prigion tutti i cristiani;
e che in Algier poi li mandasse parmi.
Finita ancor non era l'opra, quando
vi venne a capitare il pazzo Orlando.
40
A caso venne il furioso conte
a capitar su questa gran riviera,
dove, come io vi dico, Rodomonte
fare in fretta facea, né finito era
la torre né il sepolcro, e a pena il ponte:
e di tutte arme, fuor che di visiera,
a quell'ora il pagan si trovò in punto,
ch'Orlando al fiume e al ponte è sopragiunto.
41
Orlando (come il suo furor lo caccia)
salta la sbarra e sopra il ponte corre.
Ma Rodomonte con turbata faccia,
a piè, com'era inanzi a la gran torre,
gli grida di lontano e gli minaccia,
né se gli degna con la spada opporre:
Indiscreto villan, ferma le piante,
temerario, importuno ed arrogante!
42
Sol per signori e cavallieri è fatto
il ponte, non per te, bestia balorda. -
Orlando, ch'era in gran pensier distratto,
vien pur inanzi e fa l'orecchia sorda.
- Bisogna ch'io castighi questo matto -
disse il pagano; e con la voglia ingorda
venìa per traboccarlo giù ne l'onda,
non pensando trovar chi gli risponda.
43
In questo tempo una gentil donzella,
per passar sovra il ponte, al fiume arriva,
leggiadramente ornata e in viso bella,
e nei sembianti accortamente schiva.
Era (se vi ricorda, Signor) quella
che per ogni altra via cercando giva
di Brandimarte, il suo amator, vestigi,
fuor che, dove era, dentro da Parigi.
44
Ne l'arrivar di Fiordiligi al ponte
(che così la donzella nomata era),
Orlando s'attaccò con Rodomonte
che lo volea gittar ne la riviera.
La donna, ch'avea pratica del conte,
subito n'ebbe conoscenza vera:
e restò d'alta maraviglia piena,
de la follia che così nudo il mena.
45
Fermasi a riguardar che fine avere
debba il furor dei duo tanti possenti.
Per far del ponte l'un l'altro cadere
a por tutta lor forza sono intenti.
- Come è ch'un pazzo debba sì valere? -
seco il fiero pagan dice tra' denti;
e qua e là si volge e si raggira,
pieno di sdegno e di superbia e d'ira.
46
Con l'una e l'altra man va ricercando
far nuova presa, ove il suo meglio vede;
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando
con arte il destro, e quando il manco piede.
Simiglia Rodomonte intorno a Orlando
lo stolido orso che sveller si crede
l'arbor onde è caduto; e come n'abbia
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
47
Orlando, che l'ingegno avea sommerso,
io non so dove, e sol la forza usava,
l'estrema forza a cui per l'universo
nessuno o raro paragon si dava,
cader del ponte si lasciò riverso
col pagano abbracciato come stava.
Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme:
ne salta in aria l'onda, e il lito geme.
48
L'acqua gli fece distaccare in fretta.
Orlando è nudo, e nuota com'un pesce:
di qua le braccia, e di là i piedi getta,
e viene a proda; e come di fuor esce,
correndo va, né per mirare aspetta,
se in biasmo o in loda questo gli riesce.
Ma il pagan, che da l'arme era impedito,
tornò più tardo e con più affanno al lito.
49
Sicuramente Fiordiligi intanto
avea passato il ponte e la riviera;
e guardato il sepolcro in ogni canto,
se del suo Brandimarte insegna v'era,
poi che né l'arme sue vede né il manto,
di ritrovarlo in altra parte spera.
Ma ritorniamo a ragionar del conte,
che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.
50
Pazzia sarà, se le pazzie d'Orlando
prometto raccontarvi ad una ad una;
che tante e tante fur, ch'io non so quando
finir: ma ve n'andrò scegliendo alcuna
solenne ed atta da narrar cantando,
e ch'all'istoria mi parrà oportuna;
né quella tacerò miraculosa,
che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
51
Trascorso avea molto paese il conte,
come dal grave suo furor fu spinto;
ed al fin capitò sopra quel monte
per cui dal Franco è il Tarracon distinto;
tenendo tuttavia volta la fronte
verso là dove il sol ne viene estinto:
e quivi giunse in uno angusto calle,
che pendea sopra una profonda valle.
52
Si vennero a incontrar con esso al varco
duo boscherecci gioveni, ch'inante
avean di legna un loro asino carco;
e perché ben s'accorsero al sembiante,
ch'avea di cervel sano il capo scarco,
gli gridano con voce minacciante,
o ch'a dietro o da parte se ne vada,
e che si levi di mezzo la strada.
53
Orlando non risponde altro a quel detto,
se non che con furor tira d'un piede,
e giunge a punto l'asino nel petto
con quella forza che tutte altre eccede;
ed alto il leva, sì, ch'uno augelletto
che voli in aria, sembra a chi lo vede.
Quel va a cadere alla cima d'un colle,
ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.
54
Indi verso i duo gioveni s'aventa,
dei quali un, più che senno, ebbe aventura,
che da la balza, che due volte trenta
braccia cadea, si gittò per paura.
A mezzo il tratto trovò molle e lenta
una macchia di rubi e di verzura,
a cui bastò graffiargli un poco il volto:
del resto lo mandò libero e sciolto.
55
L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva
fuor de la roccia, per salirvi sopra;
perché si spera, s'alla cima arriva,
di trovar via che dal pazzo lo cuopra.
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s'adopra:
e quanto più sbarrar puote le braccia,
le sbarra sì, ch'in duo pezzi lo straccia;
56
a quella guisa che veggiàn talora
farsi d'uno aeron, farsi d'un pollo,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch'astor resti satollo.
Quanto è bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch'ad altri poi questo miracol disse,
sì che l'udì Turpino, e a noi lo scrisse.
57
E queste ed altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch'intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,
58
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando così, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch'eran (sì come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l'ispano lito.
A men d'un braccio ella gli giunse appresso,
perché non s'era accorta ancora d'esso.
59
Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo è diverso da quel ch'esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
è sempre andato nudo all'ombra e al sole:
se fosse nato all'aprica Siene,
o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver più arsiccia.
60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
la chioma rabuffata, orrida e mesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non più a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
si volse per aiuto alla sua guida.
61
Come di lei s'accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levò di botto:
così gli piacque il delicato volto,
così ne venne immantinente giotto.
D'averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.
62
Il giovine che 'l pazzo seguir vede
la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trovò dura come osso,
anzi via più ch'acciar; ch'Orlando nato
impenetrabile era ed affatato.
63
Come Orlando sentì battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
ferì il destrier che 'l Saracino spinse.
Feril sul capo, e come fosse vetro,
lo spezzò sì, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo istante
dietro a colei che gli fuggiva inante.
64
Caccia Angelica in fretta la giumenta,
e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse più che stral da cocca.
De l'annel c'ha nel dito si ramenta,
che può salvarla, e se lo getta in bocca:
e l'annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.
65
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar l'annello,
o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo né quello;
nel medesmo momento che si trasse
l'annello in bocca e celò il viso bello,
levò le gambe ed uscì de l'arcione,
e si trovò riversa in sul sabbione.
66
Più corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con l'urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura l'aiutò a quel tratto.
Cerchi pur, ch'altro furto le dia aita
d'un'altra bestia, come prima ha fatto;
che più non è per riaver mai questa
ch'inanzi al paladin l'arena pesta.
67
Non dubitate già ch'ella non s'abbia
a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa l'impeto e la rabbia
perché si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien più sempre approssimando:
già già la tocca, ed ecco l'ha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.
68
Con quella festa il paladin la piglia,
ch'un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
e spicca un salto ed entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva né sella né freno,
né le lascia gustare erba né fieno.
69
Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, né sentì la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
e finalmente se l'arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
70
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: - Camina! - e dicea invano.
Se l'avesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le levò il capestro,
e dietro la legò sopra il piè destro;
71
e così la strascina, e la conforta
che lo potrà seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch'eran nel camin malvagio.
La mal condotta bestia restò morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.
72
Di trarla, anco che morta, non rimase,
continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch'egli invase,
rapisce; ed usa forza ad ogni gente:
qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.
73
Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s'ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l'annello ed anco
il cavallier che dato le l'avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill'altri a un tratto.
74
Né questa sola, ma fosser pur state
in man d'Orlando quante oggi ne sono;
ch'ad ogni modo tutte sono ingrate,
né si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
al canto disugual rendano il suono,
fia meglio differirlo a un'altra volta,
acciò men sia noioso a chi l'ascolta.
CANTO TRENTESIMO
1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira
si lascia la ragion, né si difende,
e che 'l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che l'error s'emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l'altro canto.
2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l'impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea sì sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel c'ha detto, non può far non detto.
3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l'aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch'io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.
4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.
5
E perché sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perché egli è solo e nudo, non lo schiva.
- Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)
con la giumenta mia far un baratto.
6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi;
che morta là su l'altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi dispiace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perché mi piace. -
Il pastor ride, e senz'altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.
7
- Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? -
suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e l'ira passò tutti i modi
del conte; e parve fier più che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.
8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno né biada,
tanto ch'in pochi dì ne riman fiacco:
ma non però ch'Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trovò, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.
9
Capitò al fin a Malega, e più danno
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul sì, che ne restò disfatto,
né si poté rifar quel né l'altr'anno;
tanti n'uccise il periglioso matto,
vi spianò tante case e tante accese,
che disfe' più che 'l terzo del paese.
10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l'uno e l'altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all'aura matutina,
gìa per la tranquillissima marina.
11
Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! -
che gli venne disio d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per l'acqua il legno va con quella fretta
che va per l'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.
12
Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l'orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.
13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l'avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi l'alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l'onde,
ch'andar di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.
14
Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l'una e l'altra palma,
e soffia, e l'onda spinge da la faccia.
Era l'aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisognò più che bonaccia;
ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto,
restava il paladin ne l'acqua morto.
15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
di nera gente esercito infinito.
16
Lasciamo il paladin ch'errando vada:
ben di parlar di lui tornerà tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch'uscì di man del pazzo a tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l'India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterà con miglior plettro.
17
Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir più questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n'è Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.
18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch'in suo favor la bella donna diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre liti in piede.
L'una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l'aquila bianca non gli cede;
l'altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.
19
S'affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l'un de l'altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.
20
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada
con lo suo scudo; né Gradasso vuole
che, fuor che contra sé porti la spada
che 'l glorioso Orlando portar suole.
- Al fin veggiamo in cui la sorte cada
(disse Agramante), e non sian più parole;
veggiàn quel che Fortuna ne disponga,
e sia preposto quel ch'ella preponga.
21
E se compiacer meglio mi volete,
onde d'aver ve n'abbia obligo ognora,
chi de' di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora,
amendue le querele in man porrete:
sì che, per sé vincendo, vinca ancora
pel compagno; e perdendo l'un di vui,
così perduto abbia per ambidui.
22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
di valor nulla o poca differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch'in arme farà per eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorrà la divina providenza.
Il cavallier non avrà colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi alla Fortuna. -
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