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10 Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Charles Franks
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_corsivo_, =grassetto=
LE RIME DI TULLIA D'ARAGONA
CORTIGIANA DEL SECOLO XVI
EDITE a cura e studio DI ENRICO CELANI
BOLOGNA, 1891
Poichè la carità del natìo loco
mi strinse, raunai le fronde sparte...
(DANTE, _Inf_. XIV).
Uno dei fatti più notevoli al principio del decimosesto secolo è senza
dubbio l'apparire della _cortigiana_; figura degna di considerazione e
di esame non ebbe pur anco uno storico che di lei si occupasse
scrupolosamente e gelosamente, e, diseppellendo dalle biblioteche ed
archivii i numerosi documenti che la riguardano, dasse compiuta questa
pagina di storia che non è tra le ultime del nostro rinascimento. Il
nome di _cortigiana_ si collega certamente alla storia dell'umanesimo,
ma quando, dove e come ebbe principio? Tale quesito non ha ancora
risposta sicura. Arturo Graf [1], che si occupò ultimo della questione
con quell'acume di critica ed abbondanza di erudizione ben note, esita
a dare giudizio decisivo, attendendo pur lui che nuovi studî e
documenti traccino via più ampia e sicura per definire tale punto.
Lo sviluppo della _cortigiana_ prodotto dalla rivoluzione sociale che
si svolgeva nel rinascimento, adattato al nuovo regime di vita che
rese allora meno dure e servili le leggi sul costume, viene certamente
a smentire l'asserzione che il cinquecento fosse l'età più feconda di
turpi vizii, e l'amor patico, nato nelle epoche di maggior coltura e
diffuso su larga scala nel medio evo, trova a combatterlo questo
sviluppo della cortigianeria e le leggi civili di quasi tutti gli
stati italiani, mentre dal pergamo tuona aspra e minacciosa la voce di
S.Bernardino [2] e del Savonarola [3]; l'Ariosto stesso che non ne fu
immune dichiara che nel 1518 il vizio si restringeva a pochi umanisti.
Ed allora si disputa sulla teorica dell'amore che ha forti e strenui
campioni; dell'amore libero tra liberi discorre Speron Speroni nel
_Dialogo d'amore_ ove introduce a parlare la Tullia d'Aragona e
Bernardo Tasso, innamorati, e costretti a separarsi dovendo
quest'ultimo andare a Salerno; dell'amor platonico, primi il Bembo e
il Castiglione, il Piccolomini poi, che lo definisce "un desiderio di
possedere con perfetta unione l'animo bello della cosa amata [4]"
contrastando all'amore che anela il solo possesso del corpo. All'amore
assolutamente libero, per il quale era inutile insistere dopo il
lavorìo dell'Aretino, sono infirmate quasi tutte le liriche di
cortigiane del cinquecento; rispecchiano quelle l'ambiente nel quale
furono create, queste la cortigianeria nei luoghi ove la coltura era
più vasta e diffusa: dalla corte pontificia a quella dei Medici, da
Venezia a Siena.
Il rinascimento, rotti gli argini che opponevansi nel medio evo alla
coltura della donna, condusse a due estremi sostanzialmente diversi
che si disputarono il campo per quasi tutto il secolo decimosesto: la
coltura seria e positiva da un lato, la licenza dall'altro: prodotta
quest'ultima da male intesa libertà, condusse poi per inevitabile
antitesi all'educazione claustrale. Di tale antitesi tramandarono
documenti il Castiglione e il Garzoni; il primo, attribuendo al Bembo
la dichiarazione poetica dell'amore e trasportando il lettore nella
Corte di Urbino, ove le lettere e le arti erano tradizione, appalesa
per bocca di Giuliano de' Medici, la cui consorte Filiberta fu cantata
modello di femminili virtù, che "la coltura della donna deve
rassomigliare a quella dell'uomo, cui ella è pari. Nei diversi rami
della scienza e dell'arte essa deve possedere la conoscenza necessaria
per parlarne con intelligenza e con senno anche quando queste non sono
professate. La donna deve essere versata in letteratura, aver
conoscenza di belle arti, essere esperta nella danza e nell'arte del
vestire, saper evitare non meno ciò da cui si può supporre vanità e
leggerezza, che quanto palesa mancanza di gusto. Il suo conversare,
serio e faceto, dev'essere adatto alla convenienza de' casi, essa non
deve mai parlare ad alta voce e con iscostumatezza, nè con malizia ed
in modo da offendere, deve corrispon[spon]dere alla sua condizione con
modestia e con modi convenienti, a cui è obbligata, verso quelli che
costituiscono abitualmente la sua compagnia. Nel suo presentarsi e nel
contegno sia aggraziata senz'affettazione. Le sue qualità morali,
l'onestà e le virtù domestiche devono essere d'accordo con le
intellettuali. Debb'esser casta, ma cortese: arguta ma discreta; ad
ogni parola libera non dee fare un volto troppo severo. Sappia
governar la casa e la sostanza e guidar l'educazione de' figliuoli.
Non tenti d'imitar l'uomo negli esercizi del corpo, che a lui sono
adatti ed a lui si richieggono. In tutto il suo essere, nel
portamento, nell'andare e stare, nel parlare, mostri grazia, dolcezza
femminile e non rassomigli all'uomo". E questi ammaestramenti
seguirono donne d'illustre casata, quali Eleonora d'Aragona, Isabella
d'Este, Ippolita Sforza, Elisabetta Gonzaga, e delle città ove
l'elemento borghese ottenne spesso la supremazia ed il potere, resta
il ricordo di Antonia Di Pulci e Lorenza Tornabuoni.
L'ambiente elevato e colto nel quale visse la cortigiana nel
cinquecento non poteva non influire su di essa e spingerla a
gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime; troviamo infatti in
tutte le nostre storie letterarie, vicino ai nomi di quelle due grandi
che furono Vittoria Colonna e Veronica Gambara, due cortigiane:
Veronica Franco e Tullia d'Aragona; e se tra loro molto lungi per
costumi, non certo per meriti letterarii. Data questa coltura nella
donna onesta doveva alla cortigiana richiedersi necessariamente di
esserle pari se non superiore, avere vivace ingegno, voce bella e
gradita, essere esperta nel suono e nella danza, maestra insomma in
tutte quelle arti che, bramate o volute, erano poi, strano a
considerarsi, altamente biasimate da uomini come l'Aretino e il
Garzoni, che definiscono tali doti atte solo a sedurre ed attrarre.
"Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le
feste, le vegghie, i concerti, i diporti loro, se non da quell'intento
di aver l'applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di
questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratte
da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti e in
quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi sfarzevoli,
rilegrati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie
pellegrine, immersi in quei conviti di Venere, di Bacco, morti nel
mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace
ed insidioso amore? [5] "E dacchè siamo col Garzoni, che lasciò della
cortigianeria la migliore delle testimonianze, non possiamo esimerci
dal citare un altro particolare degno di nota che egli ci offre e
riguarda il _mezzano_, che, dovendo esser in tutto degno della
cortigiana che l'aveva prescelto, serve a gettare luce in
quell'ambiente triste e tuttora oscuro. "Imita il grammatico nel
scrivere le lettere amorose tanto ben messe, e tanto ben apuntate che
rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente,
nell'esprimer secretamente il suo pensiero... appare un poeta nel
descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con
giubilo di cuore... porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del
Cieco d'Ascoli, l'_Arcadia_ del Sannazaro, i madrigali del Parabosco,
il _Furioso_, l'_Amadigi_, l'Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra
tutto i strambotti d'Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i
suoi divoti per ogni occasione... Si reca dietro qualche sonetto in
seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita,
con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar fecondo, con tropi
eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato,
che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gorellini
l'abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere
d'oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con
soavità, si dichiara con modo, si scopre l'intenzione, si manifesta il
senso, e si palesa il fine del poeta... Con la musica diletta sovente
le orecchie delle giovani, mollifica l'animo d'ogni lascivia, ruina i
costumi, disperde l'onestà, infiamma l'alma di cocente amore, incende
i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti,
disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle,
barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa,
a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda
polita, a una moresca graziosa, e pian piano s'invita ai balli e alle
danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole
scerete... [6] ". Questo procuratore di amore non è egli un tipo
abbastanza curioso e interessante?
La _cortigiana_ apparisce in Roma alcuni anni prima del 1500 [7] e
come tale è ufficialmente, se così è lecito dire, riconosciuta in
documenti autentici della curia papale. In un censimento [8] compilato
d'ordine della suprema autorità di Roma, redatto certamente nel
settennio corso dal 1511 al 1518, ove trovansi numerate case,
botteghe, proprietari ed inquilini, e di tutti o quasi tutti si nota
la patria, condizione ed arte, le _cortigiane_ sono notate in numero
esorbitante, spagnuole e veneziane in massima parte, e distinte in
_cortesane honeste, cortesane putane, cortesane da candella, da lume,
e de la minor sorte_. Una sola volta, e forse senza alcuna malizia, il
compilatore della statistica dimentica l'aridità del suo lavoro e
nota: "La casa di Leonardo Bertini habita Madonna Smeralda cura 3
figlie _piacevoli_ cortegiane".
Il tipo dell'elegante cortigiana, dell'Aspasia del cinquecento, è
l'Imperia, morta in Roma nel 1511 a soli ventisei anni, [9] ricordata
egualmente con ardore da storici e romanzieri, amata da Angelo del
Bufalo e da Agostino Chigi il famoso banchiere [10] celebrata da poeti
e letterati, e presso la quale adunavasi il fiore della romana
aristocrazia e convenivano uomini quali il Sadoleto, il Campani, il
Colocci. Ebbe per maestro Domenico Campana detto Strascino. Di altre
citansi le doti singolari: "Lucrezia Porzia, dice l'Aretino, pare un
Tullio, e sa tutto il Petrarca e il Boccaccio a memoria ed infiniti e
bei versi di Virgilio, d'Orazio e d'Ovidio e di molti altri autori"
[11]: la Squarcina conosceva benissimo il greco: la Nicolosa leggeva i
salmi in ebraico, e molte ancora che sarebbe ozioso il ricordare.
Malgrado tutto ciò la cortigiana del cinquecento era pur sempre quella
del medio evo: tolta dall'ambiente che l'avvinceva, costringendola a
piegarsi al rinascimento classico, rimaneva di essa la donna nella
quale si alternavano tutti quei bassi sentimenti che erano diretta
conseguenza della vita che conduceva. Però qualche barlume di affetto
vero, potente, trovasi pur nella storia della cortigianeria: il Molza
ed il Bandello non erano alieni dal credere che la cortigiana potesse
veramente amare, noi, più scettici, crediamo con riserva a questo
amore che poteva esser cagionato da interessi troppo palesi e reali,
dubitiamo che la cortigiana avesse il cuore al di sopra della ragione,
mentre accettiamo senza dubbio alcuno il fatto che nella prostituta di
più bassa specie si rinvenisse l'amore nelle più forti sue
manifestazioni. È questo un fatto che si ripete continuamente anche ai
nostri giorni, e se discutibile dal lato psicologico, non cessa per
questo di essere men vero. Ricordasi l'Aragona innamorata del Varchi e
del Manelli: Camilla pisana dello Strozzi; Marietta Mirtilla del
Brocardo, ed una certa Medea che in morte di Ludovico dell'Armi veniva
consolata per lettera dall'Aretino; ma vogliamo proprio credere sul
serio all'amore ispirato alla cortigiana da letterati? Questi erano
allora come adesso, e come forse disgraziatamente lo saranno sempre,
più ricchi d'ingegno, di madrigali, di epistole che di quattrini,
esaltavano le cortigiane, dedicavano loro libri e capitoli e col
sacrificio dell'amor proprio ricambiavano i favori lor concessi:
Antonio Brocardo scrisse un'orazione in lode loro, il Muzio, il Tasso,
il Varchi esaltarono l'Aragona: il Molza, Beatrice spagnola:
Michelangelo Buonarroti, Faustina Mancina: Niccolò Martelli l'onorata
madonna Salterella; e le cortigiane si abbarbicavano a questi
letterati perchè da essi dipendeva in massima parte la rinomanza loro
[12]. La Tullia d'Aragona è quella che nelle sue rime lascia
maggiormente scorgere l'influenza dei letterati, sino a dubitare che
alcune di esse siano opera del Varchi stesso, e dà in pari tempo la
figura spiccata della strisciante cortigianeria che avviluppava anche
allora i più minuscoli principi. L'antitesi è in Veronica Franco della
quale daremo in breve le rime, divenute di meravigliosa rarità,
desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di
alcuni pochissimi più venturati [13]: essa è l'incarnazione della
donna libera del cinquecento ed è l'unica che canti liberamente i suoi
amori: non s'informa a platonismo o castità irrisori, ama per amare e
soddisfare i sensi, e i suoi liberi amplessi, dice il buon P. Giovanni
degli Agostini "con tal'arte seppe dipingerli e con tal frase
adornarli che servono agl'incauti di vigoroso solletico alla
concupiscenza [14] ". Tale non può essere oggi il parere di coloro che
si occupano seriamente della nostra letteratura: ogni pagina, bella o
brutta, sana o impura, che venga a chiarire la nostra rinascenza, non
è che contributo a lavoro maggiore, e come tale spero vorrà essere
accolta questa mia debole fatica.
* * *
Della Tullia d'Aragona parecchi si occuparono, in questi ultimi tempi:
forse ne parlerà ancora il Bongi nel seguito de' suoi _Annali del
Giolito de' Ferrari_, editi dal Ministero della Pubblica Istruzione;
certamente poi il Biagi in altra edizione di un suo scritto apparso
nella _Nuova Antologia_ del 1886; ma stimo che la biografia della
poetessa poco abbia più da offrire a così insistenti e dotti
ricercatori, perchè la sua vita è quasi tutta delineata, e molto
nettamente per l'epoca nella quale visse e la vita nomade che ebbe a
condurre. In ogni modo augurando sempre nuova luce, basta al mio
assunto ritrarre in poche linee la vita della Tullia, servendomi anche
di documenti finora non messi a profitto dai due egregi scrittori.
Il Crescimbeni [15], il Quadrio [16], il Mazzuchelli [17], il
Tafurri [18], e ultimo ancora Pietro Vigo [19] credettero la Tullia
napolitana; lo Zilioli [20] seguito dal Canestrini [21] e dal Labruzzi
[22] la dissero romana a ciò confortati, prima che altre testimonianze
venissero a luce, dalle precise dichiarazioni che Girolamo Muzio fa
nell'egloga _Tirrenia_ a lei dedicata [23]. Infatti la Tullia nacque
in Roma da Giulia Campana ferrarese [24] e dal cardinale Luigi
d'Aragona [25]. L'anno di sua nascita è ignoto: il Labruzzi e poi il
Biagi [26] considerando che nel 1519 il padre di lei era già morto e
che nel 1527 ella era già nota nel mondo galante, pongono la nascita
circa il 1505, basando anche tale congettura sulla novella VII degli
_Ecatommiti_ di Giovanni Battista Giraldi. Sta infatti che il Giraldi
finge sia raccontata la novella di Nana e Saulo nel 1527 al tempo del
sacco di Roma, ma vuolsi proprio accettare quella data senza dubbio
alcuno e su di essa basare deduzioni storiche, quando nella stessa
opera rinvengonsi altri episodi che forse non reggerebbero ad una
severa critica e sono falsati nelle date come quelli di Celio
Calcagnini e del Giovio? Non potrebbe il Giraldi aver fatto risalire
la partenza della Tullia al 1527 per acconciarvi quella pur strana e
sudicia novella, scritta molti e molti anni dopo il sacco di Roma e
che vide la luce, se non erriamo, solo nel 1565? A noi il Giraldi non
prova nulla; più fiduciosi in un passo dei _Ragionamenti_ dell'Aretino
che rivelano come l'anno 1519 la Giulia ferrarese partisse da Roma per
Siena con la sua _picciola figliuola_, siamo stimolati a credere
essere la Tullia nata sullo scorcio del primo decennio del decimosesto
secolo.
Della giovinezza della nostra poetessa poche notizie giunsero sino a
noi; forse visse in Firenze circa il 1517 e 1518 [27], indi a Siena,
ove "imparò a parlare sanese" poi "vedendo la madre che costei haveva
di virtù principio grande considerò che Roma è terra da donne, e
massime che ella sapea l'usanza della corte e così l'ha fatta
cortigiana [28] ". E questo _principio grande di virtù_ era infatti
posseduto dalla Tullia, alla quale gli agî procuratile dal cardinale
d'Aragona avevano permesso di addestrarsi in tutte le arti della
seduzione, vivendo tra le delizie e le comodità d'una onorata fortuna
che l'amorevolezza del padre le aveva lasciata tendendo agli studi nei
quali fece tanto profitto che non senza stupore degli uomini dotti fu
sentita in età ancor fanciullesca disputare e scrivere nel latino e
nell'italiano cose degne di ogni maggior letterato, onde arrivando al
fine dell'età e accompagnando alla sapienza e virtù sua un'isquisita
delicatezza di maniere e di costumi, si acquistò il nome di
compitissima sopra ogni altra donna del tempo suo. Compariva con tanta
leggiadria in pubblico e con tanta venustà ed affabilità d'aspetto che
aggiungendovisi la pompa e l'adornamento degli abiti lascivi, pareva
non potersi ritrovare cosa nè più gentile nè più polita di lei.
Toccava gli strumenti musicali con dolcezza tale e maneggiava la voce
cantando così soavemente che i primi professori degli esercizi ne
restavano meravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissime, sì
che o scherzando o trattando davvero, allettava e rapiva a sè, come
un'altra Cleopatra, gli animi degli ascoltanti e non mancavano sul
volto suo sempre vago e sempre giocondo quelle grazie maggiori che in
un bel viso per lusingar gli occhi degli uomini sensevoli sogliono
essere desiderate [29].
La Tullia tornata in Roma certamente poco dopo la morte del padre vi
rimase, secondo ogni probabilità, e magari contro il malevolo Giraldi,
sino al 1531, e in questo stesso anno si recò a Ferrara ove conobbe
Girolamo Muzio. L'autore degli _Ecatommiti_ dà alla partenza da Roma
della Tullia, una ragione abbastanza disonorevole. Egli narra, come
convenendo in casa dell'Aragona parecchi giovani romani, uno di
questi, che chiama Saulo, invaghitosene al sommo, molto spendesse e si
adoperasse perchè a lei nulla venisse a mancare delle agiatezze nelle
quali era cresciuta. Dimorava nella stessa epoca in Roma un tedesco,
detto Gianni, uomo ricchissimo, ma così sudicio e pieno di lordura che
faceva nausea a solo vederlo; costui innamorato della Tullia, tanto
insistette che ottenne di essere compiaciuto di lei per una settimana
di seguito al prezzo di cento scudi per notte. La Tullia acconsentì;
non resse però che una sola notte tanto era il puzzo che esalava quel
ricco tedesco. Risaputosi ciò da Saulo e da' suoi amici, ne furono
sdegnati, e mai più vollero metter piede in casa dell'Aragona; talchè
ella vedendosi disprezzata e sfuggita, se ne partì da Roma. Il
Tiraboschi cita una satira di Pasquino contro di lei [30], dalla quale
parrebbe che si fosse diretta a Bologna, ma se veramente vi andasse, e
certo dopo il 1531, non si conosce, come del pari rimase sinora ignota
la satira summentovata.
Che l'Aragona fosse in Roma nell'anno suddetto è chiaramente provato
da una lettera che Francesco Vettori scriveva da Firenze a Filippo
Strozzi li 14 Febbraio 1531. Questi chiamato in Roma da Clemente VII
sotto pretesto di rivedere alcuni conti, ma in realtà per aiutarlo a
introdurre in Firenze "un governo o vogliamo chiamarlo stato, nel
quale i magistrati della città governino in nome suo, in fatti il Duca
governò in tutto, [31]" scriveva al Vettori richiamandolo di aiuto e
consiglio; e questi rispondendo conchiudeva: "E perchè mi scrivete con
la Tullia accanto, non vorrei la leggessi similmente con essa accanto,
perchè amandola voi come femmina che ha spirito, perchè per bellezza
non lo merita, non vorrei mi potesse nuocere con qualcuno di quelli
ch'io nomino. Io non sono per ammonire Filippo Strozzi, ancorachè, se
le ammonizioni ricorregghino, non avete aver per male essere ammonito,
ma ho inteso di non so che cartelli e di sfide andate a torno che mi
hanno dato fastidio pensando che un par vostro, uomo di 43 anni,
voglia combattere per una femmina, e benchè io creda sareste così atto
all'arme come siete alle lettere ed a ogni altra cosa dove ponete la
fantasia, non vorrei di presente vi metteste a questo pericolo di
voler combattere per causa tanto leggiera; e vi ricordo che degli
uomini come voi ne nascono pochi per secolo; e questo non dico per
adulazione. Assettate le faccende vostre e poi tornate a rivederci".
Pare che il consiglio del Vettori riuscisse caro e salutare allo
Strozzi: in un cartello di sfida che conservasi in un codice
Rinucciniano, ed è di quell'anno stesso in vano si cercherebbe il suo
nome tra i sei campioni della Tullia [32].
Partita da Roma, la Tullia si recò certamente a Ferrara, ed ivi reduce
di Francia capitava poco dopo il Muzio; nel 1535 era a Venezia ove
nacque la sorella Penelope [33], e nel 1537 nuovamente a Ferrara
seguendo di pochi giorni l'arrivo in questa città della marchesa di
Pescara. Conobbe certamente allora il sanese Bernardo Ochino che
appunto nella quaresima avea predicato ivi con mirabile fervore, e gli
diresse il sonetto XXXV trattandolo poco cortesemente, e chiamandolo
arrogante, perchè avea dal pergamo fulminato "le finte apparenze, e il
ballo, e il suono", dono fatto da Dio agli uomini "ne la primiera
stanza". Nello stesso anno le accadde una strana avventura, narrata da
un Apollo novellista alla marchesa Isabella d'Este con lettera dei 13
giugno [34], e tale avventura servì mirabilmente per porla in buona
vista, formare quella reputazione di onesta che la fama e le
pasquinate avevano molto deteriorata, radunarle intorno un'eletta
schiera di poeti e gentiluomini che adulandola, corteggiandola,
facessero dimenticare il suo passato poco onorevole per riconoscere
solo in lei la poetessa, la letterata, la discendente di sangue reale:
e riuscì in massima parte; il Muzio e il Bentivoglio le profusero lodi
e adulazioni in rima e in prosa, e la Tullia era posta al di sopra di
Vittoria Colonna. Ancora una volta la cortigiana trionfava.
Da Ferrara la Tullia ritornò forse a Venezia, almeno così il _Dialogo_
dello Speroni fa credere; poi a Siena ove si accasò nel 1543 [35]. I
documenti senesi che riguardano la Tullia dànno a conoscere una
circostanza abbastanza seria per non essere lasciata senza esame e
cioè che ella era, legalmente almeno, figlia di Costanzo Palmieri
d'Aragona; ed infatti nell'atto di matrimonio è detta _Tullia Palmeria
de Aragonia_, ed in altro documento ancor più chiaramente "_Filia
quondam Constantii de Palmeriis de Aragona_". In base a tali
documenti, eliminando del tutto l'ipotesi che ella fosse stata
adottata da un Palmieri, conviene credere ad un matrimonio della
Giulia Ferrarese, al quale non possiamo dare, neppure per
approssimazione, una data qualsiasi. L'Aretino, il Domenichi, il
Franco che citano la Giulia e ne parlano spesso diffusamente, mentre
dànno particolari su altri amanti tacciono affatto di tale matrimonio;
neppure un barlume ne apparisce nelle rime della Tullia e nelle
lettere che di lei ci pervennero; parlando della propria famiglia dice
_mia madre, mia sorella, ed io_; tace il Muzio, che, pur dando la
paternità del cardinale d'Aragona alla Tullia, nulla impediva potesse
parlarne nell'egloga dedicata alla Penelope nata molti anni dopo; ne
tacciono assolutamente tutti i biografi. Ed apparisce del pari per la
prima volta, almeno così ci consta, una casata Palmieri che abbia
aggiunto il nome d'Aragona al proprio; rimangono tracce dei
Piccolomini-Aragona, dei Tagliavia-Aragonia, dei _de Aragonia_,
romani, ma nessuna dei Palmieri-Aragona. Questa casata non viene poi
più a luce nè sulla tomba della Penelope che porta solo il nome di
Aragona, nè nel testamento della Tullia ove non sono più mentovati nè
padre, nè madre, nè marito. Una volta ancora, innanzi all'arida
autenticità dei documenti, si oppone la tradizione, ferma, costante;
essa vuole la Tullia figlia del cardinale d'Aragona e nel fatto nulla
varrà a scemarla. Su questo padre più o meno putativo, che apparisce
quasi per sua disgrazia, molte sarebbero le supposizioni a farsi; era
forse un familiare del cardinale d'Aragona che acconsentì a sposare la
Giulia Campana a prezzo d'oro, o qualche vanitoso che a scapito del
suo amor proprio con l'acquisto della Tullia aggiunse al suo il casato
degli Aragonesi? in ogni modo è assolutamente da escludere che quel
_de Aragonia_ stia lì per fissaril luogo natio di quel buon Palmieri.
Non ci peritiamo rispondere a quesìti così ardui ed anche inutili;
bastano per noi tutte le testimonianze dei contemporanei a stabilite
che la poetessa fu, pure illegittimamente, del sangue d'Aragona.
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